Farsi forse del male
giovedì 14 maggio 2009

Continua l’esperienza degli appuntamenti sugli anni ’70 organizzata da Brundisium.net. Il 9 maggio, come era annunciato e prevedibile, si è discusso del Caso Moro con Manlio Castronuovo, autore di Vuoto a perdere. La conversazione è stata lunga e tecnologicamente evoluta, interventi da Roma via Skype con due giornalisti di gran casato che si sono soffermati spesso su vicende interessanti, ma scarsamente aderenti al tema.


Lunga, lunghissima la conversazione tanto che a tarda ora eravamo rimasti in pochi e intorno alle ventuno sono rimasti ancora in meno avendo il sottoscritto abbandonato il campo per irrinunciabili impegni familiari.


La sensazione che ho percepito è che si persegua una linea, su quelli che vengono chiamati “Misteri d’Italia”, fortemente orientata verso il “giallismo” romanzato che abbia poco interesse alla risoluzione dei “misteri” e molto alla loro moltiplicazione e analisi suggestiva, votata più al romanzo che alla ricerca della verità. Una serie di interessi convergenti tra penne veloci e valenti che, tramite pubblicazioni facilmente fruibili, traggono, in qualche modo, notorietà e reddito dai  fautori di atti violenti e sanguinari che, vedendo moltiplicate le ipotesi e le analisi, diluiscono nel tempo e nella memoria le loro responsabilità.


Al mio fianco, l’altra sera, c’era un signore che, costante come me, ha seguito tutti gli appuntamenti. Siccome sono stato, per indole e caratteristica - e di ciò me ne scuso, un “perturbatore” delle conversazioni, ebbe a farmi la domanda fatidica: ma quale è la tua tesi? In brevi e scarni cenni, anche per non disturbare, l’ho riassunta. Poi non v’è stato né il tempo né il modo di approfondirla. La espongo qui, con chiarezza e, spero, senza ambiguità.


L’Italia, con la liberazione dal Nazifascismo e la partecipazione attiva e determinante del Partito Comunista, è un caso unico e pericoloso in Europa e nel mondo. Il Partito Comunista Italiano svolge un ruolo politico essenziale in un paese occidentale, contribuisce a scrivere la Costituzione Repubblicana che porta la firma di Umberto Terracini, un suo esponente di primissimo piano. Questa anomalia deve essere “sanata”, con le buone o con le cattive.


Nei primi anni del dopoguerra, la situazione internazionale sancita da Yalta e un mondo devastato dal conflitto non permette di risolvere immediatamente la situazione come in altri paesi. Ma ciò non toglie che il problema rimane. Così si definisce un patto tra una parte delle istituzioni coinvolte in sottosistemi segreti e segretissimi e altri pezzi della società, dalle facciate più “nobili” (Vaticano, giornalismo, imprenditoria) a quelle più vergognose (mafia, ex-fascisti, faccendieri e criminali di vario calibro).


I patti vengono firmati sempre con fatti di sangue che leghino in qualche modo i firmatari: a Portella delle Ginestre avvennero gli assassinii dei dirigenti comunisti ed in Sicilia quello di Placido Rizzotto della CGIL, esempi di alcuni dei “patti scellerati”; come anche illuminante esempio è la “scomunica dei comunisti” da parte di Pio XII.


Ma almeno fino al 1953 non è possibile fare di più. I comunisti sono forti nel centro-nord e hanno ancora le armi, in qualche misura Secchia e Longo hanno stabilito legami con i “giovani idealisti di Salò”. Si cerca, inutilmente, la cancellazione istituzionale con il tentativo di una Legge truffa, una legge elettorale molto simile a quella che ci sarà se passa il referendum del 21 di giugno.


Poi la svolta di Salerno del PCI, il revisionismo Kruscioviano e gli accordi fra la Fiat e l’Unione Sovietica, cosicché anche nella Democrazia Cristiana nasce l’idea di poter contribuire alla distensione e alla “mungitura di due vacche”: prendere i soldi dagli Usa per contrastare i “comunisti” e al PCI quello di prendere i soldi dall’Urss per sconfiggere i capitalisti. Don Camillo e Peppone ricostruiscono l’Italia a spese delle grandi potenze.


Fino agli anni ’60, fino a quando una rivoluzione borghese non attraversa l’Europa: la rivoluzione del 1968 che prova ad immaginare una ridefinizione degli assetti sociali secondo nuovi pretendenti ai ruoli dirigenti. Si cambia la dinamica sociale in Francia come in Cecoslovacchia; i vecchi equilibri saltano e la risposta, in Francia come in Cecoslovacchia, è semplice: repressione.


In Italia di più: si cerca il modo di regolare i conti lasciati in sospeso. A dir la verità ci son stati anche altri precedenti tentativi ( attentato a Togliatti, Tambroni, De Lorenzo, Junio Valerio Borghese, e così via … ) ma con scarsi risultati se non quelli di popolare l’apparato statale di inetti, ricattabili e manigoldi soggetti da riutilizzare all’occorrenza.


Nasce la “strategia della tensione” e, di conseguenza, la strategia della paura. Paura che viene da ogni parte, dagli opposti estremismi ma anche da bande di gangster e criminali che inondano le pagine dei giornali. Ma non basta. Il PCI è ancora abbastanza forte e organizzato da respingere i colpi, e nel mondo cattolico post-conciliare l’idea di una “Italia normale” si fa strada. La leadership di Enrico Berlinguer e la fiducia che riscuote nel mondo occidentale, in particolare verso il popolo israeliano, è fortissima: tanto forte che in molti si prodigano per tutelare la sua vita ( particolare evento fu durante un viaggio in Bulgaria nel quale avvenne un misterioso incidente ).


Ecco allora la tenaglia. I revanchisti, in Italia coordinatisi nella loggia massonica P2, stringono amicizie con il peggio del Patto di Varsavia ( è ben nota la liaison tra Licio Gelli e Nicolae Ceausescu, dittatore rumeno folle e sanguinario ) e rafforzano i legami con gli antichi componenti della “Compagnia dell’Anello” nata sulle conoscenze del Generale Mario Roatta, capo del SIM – il servizio segreto fascista e criminale di guerra. Roatta viene graziato nel 1949 con la controfirma dell’allora Sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio: Giulio Andreotti.


Dal 1969 e per tutti gli anni ’70, fino all’inizio degli anni ’80, vi è un continuum della strategia, a volte con dei successi a volte con dei regressi. Un esempio di forte regresso è rappresentato dalle conseguenze della “fretta” dei Corleonesi. La mafia di Leggio, Riina e Provenzano ha fretta, teme, ha paura che sia tutto un imbroglio e chiede che le “promesse” vengano mantenute, quelle promesse di sostanziale impunità. Fa pressione a modo suo, con le stragi e gli assassini che provocano nel paese una forte, fortissima emozione e reazione.


Lo fa uccidendo gli uomini che pericolosamente si stavano avvicinando alla verità, lo fa eliminando gli intermediari anche di alto livello. I Corleonesi pensano che sparando e uccidendo tutto si risolva, hanno dimenticato l’antico detto: “chicate iuncu ca passa la china”. Loro hanno fretta, e non sanno che lo Stato è più forte e che loro sono solo una pedina, un kleenex da usare e poi gettare nel cesso. Ma solo gli “antichi” muoiono di vecchiaia tranquillamente, così si giunge ad un nuovo patto con gli uomini che possono mettere la calma, il patto che deve dare i vecchi Corleonesi in pasto all’opinione pubblica e farla calmare.


Tornando agli anni ’80, il compito di portare avanti il lavoro venne dato a Bettino Craxi, aggregato alla Compagnia dell’Anello, da cui partono tutte le proposte di “riforma istituzionale” ed il tentativo di rifare la costituzione: ma è ancora presto, ci sono ancora i comunisti. Muore Berlinguer. La sua successione è faticosa ed apre grandi divaricazioni nel partito, raccontando di un rinnovamento necessario della generazione dei “figli di”, la quale prende i posti di comando e comincia a scambiare la forza politica di un partito con l’accrescimento dei privilegi personali.


Finalmente cade il muro di Berlino ed i comunisti non ci sono più, almeno in grandi numeri.  È tempo di eliminare i nuovi aggregati, è il tempo della fine di Craxi: crocifisso insieme al suo partito con l’immagine, in verità anche meritata, del socialista ladro e parassita. Geniale fu l’uso dei mezzi di informazione ed il modo in cui venne abilmente orchestrato: ricorderanno i miei coetanei che nei telegiornali le Brigate Rosse usavano “armi di fabbricazione sovietica” mentre il Papago trasportava mitra Sten che sono di fabbricazione inglese.


Allo stesso modo la vicenda di “Mani Pulite”, sostanzialmente strumentalizzata dal MSI e dalla Lega Nord - invenzione a Nord Est dell’improbabile Umberto Bossi. Le televisioni mostrano fisse la Procura di Milano creando il mito dei Giudici di Mani Pulite, coordinati da Francesco Saverio Borrelli e Gerardo D’Ambrosio.  Famoso è il TG di Emilio Fede, che fa la cronaca meticolosa di quei giorni, lasciando un giornalista fisso sulle scale della procura; le reti di Berlusconi fanno la prima impietosa e devastante esperienza di reality, esponendo al pubblico ludibrio chiunque, indipendentemente dal fatto che fosse colpevole o innocente.


A Milano si processa la Politica e a Palermo si processa la Mafia, nessuna delle due intende farsi processare ma solo regolare i conti. A Milano si risponde con le controquerele, le pressioni e i ricatti; a Palermo con i proiettili e le bombe.
Irrompe sul palcoscenico della politica un nuovo soggetto: il partito azienda che, da subito, raccoglie intorno a sé ed in chiave anticomunista tutto il ciarpame che rischia di perdere i privilegi, ma che ovviamente, vince; soprattutto per l’insipienza e la inclinazione alla fannullaggine degli avversari.


Continuando, inizia un ciclo che mi porterebbe a discutere della politica attuale e non voglio farlo. Registro solo che socialisti e comunisti sono scomparsi dal Parlamento, espunti dalla maggioranza e dall’opposizione, annichiliti completamente. Marchiati dall’infamia del ladrocinio gli uni e dell’assassinio gli altri.  Se si riforma la Costituzione Repubblicana non vi saranno né le firme né i contributi di chi ha scritto la prima sanando quella che fu l’anomalia italiana.


Non so se questo sia bene o male, so che sarebbe giusto che gli italiani lo sapessero con chiarezza, soprattutto i parenti e i discendenti delle tante persone che sono state uccise, sfigurate, infamate nel corpo e nella reputazione. Sarebbe giusto che si dicesse che Moro doveva morire perché questo disegno fosse portato a termine, perché Aldo Moro per i “compagni”, che ne hanno venduto i ricordi e gli scritti a destra e a manca alle compagnie di acquirenti di segreti o presunti tali, dal 15 di aprile del 1978, valeva molto meno da vivo che da morto…


Ma questo è solo il riassunto di un romanzo forse troppo lungo e troppo banale perché venga scritto o addirittura che a qualcuno venga voglia di leggerlo.  Siamo in Italia, abbiamo famiglia e dobbiamo portare il pane a casa …
Ah, dimenticavo, questo è quello che penso.


Pino De Luca (pino_de_luca@virgilio.it)