Don Cosimo Schena: "La crisi non è di Dio ma di una fede rimasta in superficie"
lunedì 2 febbraio 2026

Don Cosimo Schena: “La crisi non è di Dio, ma di una fede rimasta in superficie”

 

Intervista esclusiva di Federica Spetti

 

In giorni segnati da forti reazioni emotive e da un acceso dibattito pubblico attorno alla fragilità di alcune figure religiose molto esposte mediaticamente, Don Cosimo Schena – sacerdote e psicologo, tra le voci spirituali più seguite nel panorama digitale italiano – invita a cambiare sguardo. Non per minimizzare il dolore, ma per leggerlo in profondità.

 

Don Cosimo, come sta vivendo ciò che sta accadendo in questi giorni?

«Con molta attenzione e rispetto. Quando una guida spirituale si ferma o cambia strada non siamo davanti solo a una notizia da commentare, ma a una ferita da custodire. Si ferisce la fede di chi resta, ma spesso anche la vita di chi se ne va. Ridurre tutto a giudizio o scandalo non aiuta nessuno».

 

Molti parlano di una crisi della fede. Lei è d’accordo?

«Credo che non sia Dio a essere in crisi. È una fede che si è fermata alla superficie. Quando la fede è costruita sull’immagine, sull’idealizzazione o sulla prestazione, basta poco perché crolli. Quando invece è radicata, può attraversare anche le cadute senza distruggere chi crede».

 

Quindi il problema non è la fragilità delle persone coinvolte?

«No. La fragilità di una persona non è il fallimento della fede, né per chi resta né per chi se ne va. Il vero rischio è trasformare il dolore in giudizio. Il giudizio protegge, ma non cura. La fragilità va accompagnata, non spettacolarizzata».

 

Lei incontra ogni giorno migliaia di persone attraverso i social. Che clima percepisce?

«Non vedo rabbia, vedo smarrimento. Mi scrivono persone che non chiedono “chi ha sbagliato?”, ma “dove mi appoggio adesso?”. Questo dice molto. La gente non vuole slogan spirituali o risposte facili. Cerca una fede che regga la vita reale, anche quando fa male».

 

Che ruolo può avere oggi il digitale nella vita della Chiesa?

«Può essere uno spazio di accompagnamento autentico oppure di superficialità. Dipende da come lo abitiamo. Io cerco di aiutare le persone a riscoprire il senso profondo della fede, distinguendo tra la fragilità degli uomini e il cuore del Vangelo. La fede non è intrattenimento spirituale, è relazione, cammino, responsabilità interiore».

 

C’è chi la considera una voce alternativa nel panorama ecclesiale. Si riconosce in questa definizione?

«Io non mi propongo come alternativa a nessuno. Accompagno. In un tempo che corre, una Chiesa credibile è quella che sa restare accanto alle ferite, senza vergogna e senza maschere. Questo vale per chi resta e per chi, con dolore, ha dovuto fermarsi».

 

Che messaggio sente di lasciare a chi oggi si sente deluso o confuso nella fede?

«Che non c’è nulla di sbagliato nella loro fatica. Anche il “non so” può essere una forma onesta di preghiera. Forse questa crisi non ci chiede di credere di meno, ma di credere più in profondità».

 

Se dovesse riassumere tutto in una frase?

«Non è la fragilità di un uomo a far crollare la fede, ma una fede che si è fermata alla superficie».

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