Riceviamo e Pubblichiamo
C’è un’abitudine storica nel dibattito pubblico italiano che, nei momenti di crisi industriale, riemerge puntualmente: scambiare l’analisi economica con l’invettiva politica, la complessità dei mercati globali con il comodo racconto del colpevole locale. È un vizio trasversale, che non risparmia nessuno, né a destra né a sinistra, e che finisce sempre per produrre una sola vera vittima: il lavoratore e la verità.
Le dichiarazioni e i comunicati che si susseguono sulla crisi legata alla Centrale Enel, al Polo chimico e all’indotto si collocano esattamente in questa deriva. Moltissima indignazione, toni accesi, ma una lettura economica fragile, quando non del tutto assente. Eppure i fatti, quelli reali, raccontano una storia diversa.
I settori industriali energetico, chimico e manifatturiero, a livello europeo, stanno attraversando la più radicale trasformazione dal secondo dopoguerra. Produzione in calo, occupazione ridotta, investimenti delocalizzati. Non si tratta di un’anomalia brindisina né esclusivamente italiana: il fenomeno riguarda Germania, Francia, Spagna e l’Europa centrale. La domanda ristagna, la concorrenza asiatica avanza, la transizione all’elettrico è stata politicamente accelerata senza che il mercato fosse pronto ad assorbirla.
In questo contesto le multinazionali fanno ciò che hanno sempre fatto: allocano capitali dove intravedono business futuri, non dove si tengono più conferenze stampa. Molte imprese producono meno in Italia non perché una Regione o un Comune governino male, ma perché il Paese pesa meno nel mercato globale, perché i costi industriali sono più alti e perché la domanda interna è debole. Questo vale a Brindisi come a Civitavecchia, a Messina come a Ravenna, Torino o Pomigliano.
Pensare che una giunta comunale o regionale possa decidere volumi produttivi e livelli occupazionali equivale a confondere la politica industriale con la pianificazione autoritaria, che la storia economica ha già giudicato fallimentare. Attribuire tutto al presunto silenzio della politica è una scorciatoia narrativa che forse serve alla polemica, ma non alla tutela dei lavoratori.
Autorevoli economisti spiegano da tempo che il mercato, pur imperfetto, resta il principale meccanismo di coordinamento delle economie complesse. Milton Friedman ricordava che i governi possono creare condizioni favorevoli, non comandare i risultati. Eppure si preferisce parlare di assenza di “coordinamento” o di “tavoli unitari” piuttosto che affrontare la realtà di un’economia industriale sotto pressione globale: rincari delle materie prime, concorrenza internazionale, margini compressi, instabilità geopolitica.
Paul Krugman lo ripete da anni: nelle economie aperte sopravvive chi innova, chi cresce, chi si inserisce nelle catene globali del valore, non chi difende rendite industriali mature confidando nella protezione politica.
Il ruolo della politica esiste e va riconosciuto, ma raccontato con onestà. Le istituzioni possono accompagnare le transizioni, investire in competenze, favorire ricerca e attrazione di capitali, gestire con dignità gli ammortizzatori sociali. Non possono fermare le trasformazioni strutturali dell’economia mondiale.
Occorre quindi essere chiari: non si tratta di difendere uno schieramento politico, ma i fatti. Dire la verità ai lavoratori, anche quando è scomoda, è un dovere. Trasformare una crisi industriale globale in un atto d’accusa contro un’amministrazione comunale, regionale o contro singoli parlamentari può servire alla militanza e all’ideologia, ma non salva un solo posto di lavoro. Al contrario, alimenta l’illusione che basti cambiare colore politico per cambiare le leggi dell’economia.
Il lavoro non ha bisogno di slogan né di nemici simbolici. Ha bisogno di serietà, di analisi e di scelte coerenti. E oggi la serietà impone una direzione chiara: meno propaganda, più verità e lavoro vero.
Davide Sciurti
Fismic Confsal Brindisi






















