Brindisi, foyer del teatro Verdi: presentazione del libro di Luigi De Luca, “La cultura non basta”
lunedì 20 novembre 2023

Cultura non è possedere un magazzino ben fornito di notizie, ma è la capacità che la nostra mente ha di comprendere la vita, il posto che vi teniamo, i nostri rapporti con gli altri uomini. Ha cultura chi ha coscienza di sé e del tutto, chi sente la relazione con tutti gli altri esseri (...) Cosicché essere colto, essere filosofo lo può chiunque...»

 Antonio Gramsci

 

BRINDISI - Martedì 28 novembre alle ore 18.00 il foyer del teatro “Giuseppe Verdi” di Brindisi ospiterà la presentazione del libro La cultura non basta di Luigi De Luca, appena uscito per Edizioni dell'Asino, casa editrice coordinata da Goffredo Fofi. L’autore, dopo gli studi in semiologia a Bologna, sceglie di tornare in Puglia dove approda alla carriera pubblica. Si è occupato di teatro, cinema, musei, biblioteche e cooperazione euro-mediterranea. La gestione del patrimonio culturale in una prospettiva di cooperazione territoriale è il campo nel quale si colloca il suo impegno attuale.

Il libro indaga la storia di quella che è l'industria culturale, e di come la stessa abbia fornito ai mercati strumenti di manipolazione della volontà dell'uomo. La più grande trasformazione sociale che l'umanità ha vissuto è stato il crollo delle comunità locali, determinato dalla rivoluzione industriale e dall'avanzata del capitalismo. Lo stato e il mercato hanno soppiantato i tradizionali legami di solidarietà costitutivi della comunità. Lo stato attraverso i suoi funzionari e il mercato attraverso la propaganda hanno ridisegnato l'universo dei bisogni e delle aspettative di una umanità privata degli ancestrali punti di riferimento e trasformata in massa amorfa.

L'industria culturale fornì ai mercati formidabili strumenti di manipolazione della volontà degli uomini, così come una nuova classe di funzionari, docenti, impiegati, assistenti sociali, tutori dell'ordine costituito accreditavano l'idea che i confini della società, i bisogni degli uomini come i loro sogni coincidesse con i confini dello stato. Del resto, già nel 1930 Freud scriveva che l'uomo di oggi, dotato di attributi divini grazie alle tecnologie industriali, «per quanto simile a un dio, non si sente felice ».

È esattamente questo che la società iperindustriale infligge agli esseri umani: privandoli di individualità, li fa diventare greggi di esseri afflitti dal male di esistere e dal male di divenire, cioè dalla mancanza di un futuro, con una crescente tendenza alla rabbia. Bisognerà tuttavia attendere la denuncia del «modello di vita americano» da parte di Theodor W. Adorno e Max Horkheimer con Dialettica dell’illuminismo per una vera analisi della funzione dell'industria culturale, al di là della critica dei media apparsa fin dai primi del ‘900 con Karl Kraus.

Per Adorno e Horkheimer le industrie culturali formano un sistema unico con le industrie tout court; la loro funzione è quella di plasmare i comportamenti di consumo e massificare il modello di vita, con l'obiettivo di assicurare lo smaltimento di sempre nuovi prodotti generati dall'attività economica, dei quali spontaneamente i consumatori non sentirebbero il bisogno. Si tenta di contrastare così il rischio endemico di sovraproduzione e quindi di crisi economica.
Si può ancora far riferimento ad alcuni luoghi della produzione teorica di Gilles Deleuze il quale, a partire dagli anni ’70, riprendendo e sviluppando le ricerche di Michel Foucault, ha indagato il peso sociale e politico che la comunicazione e il controllo assumono nel mondo contemporaneo.
Analisi che, per alcuni aspetti, si è rivelata profetica e a cui si è accompagnata, di pari passo, l’elaborazione di una strategia di resistenza che potremmo definire definiamo come una politica della creazione.

 

Il riparo cauto nelle case e dietro le mascherine non è bastato contro lo spaesamento e la paura che ha colto la gente durante la recente pandemia. Dopo aver percepito l’incertezza di come sarebbe diventato il mondo, le persone ne sono venute fuori davvero migliori, come tutti speravano? È mancato un antidoto per l’isolamento, un immaginario possibile e sostenibile per l’animo umano, un sentirsi comunità capace di dare risposte collettive alle attese di futuro.

Si tratta di un libro contro l’industria della cultura per un’arte capace di fare comunità. In questa prospettiva il teatro riveste un ruolo centrale. Come scrive ancora De Luca «l’eterno e immateriale presente, al quale ci condannano la civiltà delle immagini e la simultaneità della cultura digitale, ha bisogno del teatro come esercizio di memoria collettiva ed esperienza fisica e della vicinanza dell’altro, elementi imprescindibili della vita».
Un rimando possibile, nel senso indicato da De Luca, è già nell’attività dell’Odin teatret  diretto da Eugenio Barba. 

Questo incontro ha di conseguenza come obiettivo una riflessione profonda sull'industria culturale, la forza delle comunità e i bisogni dell'essere umano, riproponendo  un forte ruolo della cultura nel progettare una visione di città dialogante e protagonista del proprio sviluppo socio-economico e turistico. 

Ritorna qui un esplicito riferimento a Gilles Deleuze, che, di fronte all’avvento inesorabile delle società di controllo, il cui strumento principale è il marketing e l’obiettivo è la modulazione delle soggettività nella transizione economico-politica, «non è il caso di avere paura, né di sperare, ma bisogna cercare nuove armi».

In occasione della presentazione del testo, dialogheranno con l'autore il sindaco Giuseppe Marchionna e il sociologo e operatore culturale Emanuele Amoruso. Introdurrà l’incontro Giuseppe Marella della Società di Storia Patria per la Puglia.

Il ricavato della vendita del libro è destinato all’onlus Huipalas che a Kijiji, in Kenia, coltiva il sogno di una comunità per l’arte e la cultura.

 

 

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