Brindisi “città della cultura”? -di Alfio Tarullo-
mercoledì 14 gennaio 2009

Avvincente annunzio del Sindaco Mennitti: Brindisi dovrà competere con Venezia e Ravenna per fregiarsi dell’ambito titolo europeo; purtroppo, nonostante le realizzazioni compiute, i ritardi sono davvero eccessivi e, senza un sensibile impegno della cittadinanza per colmarli, il sogno sarebbe destinato a restare utopìa. 



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Prima del concerto barocco del 2 gennaio al Nuovo Teatro Verdi Il Sindaco Mennitti, parlando dal palcoscenico ai cittadini accorsi ad ascoltare la musica vivaldiana, e dichiarandosi soddisfatto delle realizzazioni di carattere culturale fin qui compiute, (le enumerava tutte e davvero sono gratificanti per la nostra città) comunicava che Brindisi avrebbe partecipato alla competizione per acquisire il titolo, platonico o no che sia, di città della cultura, da assegnarsi fra quattro o cinque anni.


Questa inattesa dichiarazione d’intenti lasciava gli ascoltatori alquanto sconcertati e poco speranzosi di una prevalenza di Brindisi sulle città concorrenti: Venezia e Ravenna. Tuttavia ci furono gli applausi per festeggiare almeno l’entusiastico tentativo di un più alto accreditamento culturale nell’ambito italiano e nientemeno europeo (come si lasciava intendere).

L’entusiasmo è sempre ben accettato ma i traguardi devono essere intravisti come raggiungibili e non utopici e declamatori.


Città della cultura: rispetto a che? Forse ad una più copiosa programmazione di eventi? (concerti di musica antica e moderna, incontri letterari, dibattiti d’ogni argomento): Mennitti non si limita a voler stabilire ambiziosi traguardi da raggiungere ma intravede, beato lui, il primato in una ideale e impossibile classificazione tra città.


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Ma cos’è la cultura? Quel quid in più di conoscenze possedute da una persona istruita? Neanche per sogno. Alcuni eruditi e con vaste cognizioni acquisite scolasticamente non sono affatto colti, perché la conoscenza non è tutto.


Scrive Edward Burnett Tylor (1832-1917):


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“cultura o civiltà, intesa nel suo ampio senso etnografico, è quell’insieme complesso che include la conoscenza, la credenza, l’arte, la morale il diritto il costume e qualsiasi altra capacità e abitudine acquisita dall’uomo come membro di una società”.
(in  “La scienza della cultura” 1871)


Davvero un insieme complesso dove la conoscenza è soltanto un elemento che deve amalgamarsi con altre qualità, compresa la morale. Ne deriva che non possiamo catalogare in un mondo culturale gli immorali, coloro che sopraffanno il diritto, coloro che non rispettano o eludono le leggi.


David Bidney (1908-1987) rileva che:


“una cultura consiste nel comportamento e nel pensiero frutto di acquisizione o di educazione degli individui in seno ad una società, e consiste inoltre negli ideali intellettuali, artistici e sociali che i membri della società osservano e ai quali si sforzano di conformarsi” (D.Bidney “On the Philosophyof Culture” 1942.)


La cultura è quindi un idealismo rapportato all’avvenuta acquisizione di comportamenti che si conformano agli interessi artistici e sociali della società in cui si vive. Ritengo che questo idealismo debba racchiudere finalità positive, anche di conservazione, e quindi tendenzialmente incline al bene comune. Non credo che il nostro Sindaco possa accontentarsi di generare una progressione ritmica di eventi spettacolari, da disseminare durante tutto l’anno, e dalla sommatoria far scaturire una “città della cultura”, se i cittadini non assorbono con naturalezza la loro comunanza alla città che non può essere prerogativa aristocratica di uomini sapienti.


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Intanto la cultura non si fa asserendo di voler far cultura (come non si dà coraggio dicendo “fatti coraggio”, alla maniera della vecchina che si reca da Lucia -nel capolavoro manzoniano- a rincuorare la ragazza rapita e dichiara candidamente di essere stata mandata per questo…) ma sollecitando e suggerendo comportamenti e iniziative che vadano nel verso indicato da Tylor e Bennett.

Ciò è oltremodo difficile in una città come questa, come dimostra la cronistoria degli ultimi anni di Brindisi.


Molti cittadini intravedono impellenti necessità quotidiane, vogliono la città pulita e fornita di parcheggi, si lamentano della desertificazione del centro storico e del conseguente depauperamento della città con la perdita dell’abitudine acquisita verso attrazioni, anche sentimentali, che vi erano connesse, senza che l’innovazione urbanistica abbia saputo elevare la vivibilità e la comunanza.

Si è risposto alle proteste additando e condannando un interesse prettamente economico dei commercianti, raffigurati come ignoranti, avidi sopraffattori, speculatori in cerca di guadagni sproporzionati, imbroglioni col taroccamento dei saldi, nemici del progresso…

La stampa cittadina non ha, purtroppo, approfondito questa tematica neanche quando anni fa si tentò di trasferire la festa dei Santi patroni al Casale e dovette intervenire il sociologo  Lele Amoruso a perorare, con dotte argomentazioni, l’inamovibilità della festa dai suoi luoghi tradizionali.

Se la cultura è naturalezza e non ricerca d’erudizione, anche la gestione dei vari spettacoli ha mostrato un altro grado, se non di incompetenza, di frettoloso pressappochismo. Lasciamo stare per carità di Patria il risibile intervento dell’allora assessore alla cultura quando nella conferenza stampa che precedette l’inaugurazione del teatro, con la partecipazione del violinista e direttore Salvatore Accardo, ebbe a salutare “il sonatore Accardi” provocando sudori freddi negli astanti e il risentimento del Maestro Accardo. 


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Eguale atteggiamento ha avuto il cantautore Edoardo Bennato alla fine del concerto di Capodanno per essere stato incastonato in un palco eretto tra il Teatro Verdi e gli edifici di civili abitazioni costringendo gli infreddoliti spettatori a restar fuori dalla piazzetta e gli infelici abitanti dei palazzi a trascorrere l’inizio dell’anno tra l’insopportabile e rimbombante tremolio dei vetri che per miracolo non andarono in frantumi.


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Anche il concerto barocco del 2 gennaio diretto da Cosimo Prontera, col violinista Stefano Montanari, ha avuto una collocazione inadeguata, sul palcoscenico del Teatro Verdi anziché in un luogo più raccolto com’è d’uopo per i concerti barocchi: gli ascoltatori che non erano nelle prime file non hanno potuto gustare tutte le sfumature armoniche  della fluida e descrittiva musica vivaldiana.


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 “La Gazzetta del Mezzogiorno” così concludeva la sua recensione del 4 gennaio:

 “La paura di infrangere il concerto grosso è stata la nota negativa, sommata ai posti non occupati dai consiglieri comunali a cui il sindaco aveva riservata la poltrona”.

Questa “paura di infrangere” sarebbe quella che hanno provato gli ascoltatori i quali maldestramente hanno tentato di applaudire non al termine dell’esecuzione ma alla fine di ogni singolo movimento ( ciò che infastidisce enormemente gli esecutori) Insomma paura di essere corretti e competenti.


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In quanto ai posti non occupati dai consiglieri e da altre personalità, il discorso diventerebbe lungo e antipatico e sinceramente poco culturale; lo rimandiamo ad altra occasione, non senza sottolineare, comunque, che anche nei tentativi di fare cultura, a qualcuno si riserva la poltrona per cui le prime file degli spettacoli si presentano sempre così:


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