Gatti Neri e Rosso Barricato. -di Pino De Luca-
mercoledì 7 gennaio 2009

La situazione metereologica, economica, sociale, politica, astrale e financo quella salutare volgono al brutto. La tenebra si impossessa del futuro e il nero del primo piano si confonde con il nero sullo sfondo. La notte è buia, i gatti sono neri e spelacchiati. Gatti neri che quando vedono un rosso barricato che gli attraversa la strada, si fermano, si grattano e cambiano percorso.


Siamo ridotti male e ci avviciniamo pericolosamente al peggio. I notiziari fasulli e i giornali stampati ci provano a farmi ridere raccontando le cose peggiori affogate in vagonate di vaselina, all’inizio ci riescono anche, ma poi diventano stucchevoli e noiosi. Sembra che la disperazione avvolga il creato, che il futuro sia spento dalle esalazioni mefitiche del presente e dalla nera pece del passato.


Spengo la televisione, dedico un caloroso vaffanculo a Zapping, includendo democraticamente Aldo Forbice e tutti gli ospiti, alzo le natiche dalla sedia e cerco un pezzo di mondo vero, quello con le persone vere, con il freddo vero, la pioggia vera e un po’ di disagi veri. Di colpo capisco che mi stanno ancora raccontando un sacco di balle e che plasmano i miei sentimenti e addirittura il mio umore.

Sono le otto di sera, raggiungo il mio luogo di rigenerazione per eccellenza: la cantina di Sergio. Trovo una sorpresa. Un signore dal naso importante si è trasportata in cantina tutta la famiglia e alcuni amici per stare insieme in una sorta di rigenerazione comune. Una famiglia tutta intera fatta di bambini di nonni, di suoceri e di cognati, li in mezzo a silos e palmenti, vasche e fermentini, bottiglie e pets, immersi negli aromi del vino e ad una temperatura più vicina ad Oslo che a Palermo.


Alessandro è giovane, con una moglie giovane e figli bambini. Ha chiesto a Sergio di permettergli una serata in cantina nel racconto del lavoro, per memoria dei bambini e anche dei grandi che un po’ tendono a dimenticare. Ho curiosato, scoprendo una torma di miei omonimi, sembra che i Giuseppe si fossero dati appuntamento, persone belle dentro, anziani saggi e allegri, bambini vivaci e sufficientemente rompiscatole, un po’ deviati dalle playstation portatili ma tenuti sul filo del reale da genitori che fanno i genitori, anche raffreddati.


Ho curiosato scoprendo belle intelligenze, alcune certificate dalla carriera e altre che la carriera sarà in grado di certificare presto, valori saldi, capacità di distinguere il bene dal male, sapienza e fiducia nel futuro, anche nel silenzio silente.


Il racconto di Sergio è stato bello e vissuto, a volte troppo vissuto, e mentre Sergio raccontava, la fata Emanuela ha messo insieme delle cose straordinarie: pittule, pezzi di focaccia, quella di patate da favola, delle olive nere eccellenti, qualche fetta di salame dolce e qualcuna piccante, un po’ di provolone nelle due versioni e delle fette di pane. Con la magia che le è propria, ha trasformato i tavoli della cantina, roba grezza, antica, da cantina, in tavolata, le panche da cantina in sedie e le botti d’appoggio in carrelli di servizio. Et voilà, una ventina di persone sono a tavola. Nella cantina di Sergio, per ragioni ovvie, non mancano mai i bicchieri e tanmeno quanto di essi è sempre gradito ospite.


Compare Pasquale, sommelier professionista ma anche produttore d’oli sopraffini, fors’anche lui in cerca di rigenerazione spirituale. Non ce lo facciamo sfuggire. Al lavoro e pedalare. Via al primo assaggio: un bianco di malvasia bianca, al giudizio di una signora nonna tra due Giuseppe. Uno, il nipote alto alto, taciturno ma dall’occhio vispo e, scopriremo, dal senno acuto, l’altro son io, il rosso in barrique. Decido di sfidare il naso della signora e ci ho visto giusto. Olfatto sottile, poco allenato al vino, ma sostanzioso e sensibile. Il Seno bianco prende il volo insieme alle deliziose vivande che fata Emanuela ha distribuito sulla tavola.


Invito gli astanti a fare una prova con l’olio, all’assaggio all’antica, con il pane e basta. Mentre Pasquale lo racconta, i bambini se ne fottono altamente del racconto e se lo godono. Adorano pane e olio e siccome conosco il pane e l’olio che stanno gustando penso a quanto sarebbe bello sostituire le merendine, meglio andare avanti altrimenti mi torna l’incazzatura. La signora vispa che ha preso il centro tavola di fronte al marito comincia a provare il formaggio con l’olio e, scopertane la bontà, la socializza con unanime successo. Adesso però occorre un rinforzo, il Seno non basta più, ed ecco un vino senza etichetta, fruttato, pieno, rotondo, di fragola e marasca (olfatto sottile e la signora astemia così ce lo raccontano al naso), di mirtillo aggiunge Pasquale, buono sostengo versandolo nei bicchieri assetati. E il rinforzo non si ferma, Maga Emanuela ha pronte delle braciole e delle polpette al sugo che si distribuiscono con velocità straordinaria tra i conversanti. Divorate. Qualcuno aggiunge un po’ d’olio abbondantemente santificato.


La traslazione si materializza, la cantina sembra, d’incanto, spostarsi verso il tropico del Cancro e qualche cappotto lascia il corpo che lo sorregge cercando fortuna su sostegni meno forieri di energia termica. E come si fa a ad accompagnare l’olio santo con un vino morbido e fruttato, qualcuno se lo chiede e chiedo il permesso di stappare un Primitivo di Brindisi, di quelli tosti, dal sapore antico e solo per palati robusti. Così lo racconto. Ci fosse uno che si è tirato indietro!!!


Solo i bambini sazi e incuriositi son rimasti alieni all’ambrosia Brindisina, ma ci guardano e seguono con attenzione. Giuseppe, il lungo, macina sapori e aromi e informazioni in continuazione. Spazzolata ogni cosa uno s’aspetta che li sia finita. Si materializzano, d’incanto, mandarini e nocciole mentre la conversazione continua, Sergio e Pasquale sono ormai alla mercé delle domande degli astanti, curiosi, avidi di conoscenza. E al comparir di dolci di mandorla compare anche lui, il Botrus, Passito (pardon avvizzito) su pianta di Malvasia, dai profumi che alla signora dal fine olfatto non chiedo più, avendo cambiato postazione orientandomi al posto della signora vispa e accorta.



Sul Botrus si scatena Sergio, con lui condivide il nome e la vita stessa, raccontandolo senza risparmiarsi. Ho sentito troppe volte quel racconto, mi estraneo e mi lascio prendere dal gusto e dall’aroma, sollecitato dal mio amico rinvengo e sento le parole ultime: “il Botrus è un vino di fine pasto”, io direi di pasto fine, molto fine.


Eccoci allora conviviali finalmente con Giuseppe l’alto che dialoga con gli altri Giuseppe, il naso importante e l’olfatto sottile in evidente stato di soddisfazione, il Luminare e Signora che hanno seguito tutto e, osservo, apprezzato molto. Splendida la signora astemia che volendo impedir al marito di bere tutto, lo ha condiviso. La mamma bruna dagli occhi grandi è stata li assiepata a curar i bimbi e il marito costipato. Ecco cosa mi ero dimenticato, la cura per il raffreddore. E le parole di Sergio fanno eco e non mi convincono. Si. Vero. C’è stato un tempo che Botrus chiudeva il pasto, ci sarà, forse, ancora quel tempo. Ma non può chiuder convivio né guarire il raffreddore.


Ora è tempo che Chicchina faccia il suo dovere, che sia presentata in società e questa mi sembra la serata adatta. Brava gente, colta, sana, che sa essere, che sa considerare le proprie passioni e le passioni altrui. Si. Ora è il tempo di Chicchina, un altro pezzo della vita di Sergio, ancora geloso dell’ultima nata. Geloso come un fratello può essere geloso della sorella, ma ormai Chicchina è grande, è giusto che si sottoponga al giudizio. E lo facciamo questo sforzo. E alla fine un grande applauso la accoglie, un grande applauso che saluta Maga Emanuela.


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È mezzanotte, le Befane inforcano la scopa, noi tutti la via del ritorno. Per strada incontro alcuni gatti neri. Per magia della  notte, per la serata colta voluta da Alessandro o per gli effetti di Chicchina, con alcuni gatti facciamo un pezzo di strada insieme, in quella notte fredda di gennaio nessuno di noi sente particolari pruriti. Sento che anche i loro pensieri: dopo ogni notte c’è un’alba e dopo ogni inverno una primavera. La vita è sempre molto meglio viverla che farsela raccontare.



Andarsene a gigionare, qualche volta, nei luoghi del lavoro e della storia, nei templi della cultura e del convivio, con persone sagge ricarica la mente e illumina il sentiero che ci tocca percorrere per arrivare a domani. Certo mi è mancato Antonio, ma sono sicuro che ci sarà una prossima volta, gigioneremo insieme, se lo vorrà.


Pino De Luca (pino_de_luca@virgilio.it)