Una Costituzione sessantenne ancora da attuare. -di Michele Di Schiena-
lunedì 21 gennaio 2008

«...mia madre ha sessant’anni e più la guardo/e più mi sembra bella»: questi semplici versi dedicati da Edmondo De Amicis a sua madre si adattano bene, caricati ovviamente di profonda passione civile e democratica, alla ”madre” della nostra democrazia, quella Costituzione varata sessant’anni fa e figlia, a sua volta, del grande movimento popolare di liberazione e di progresso che la storia ci ha consegnato col nome di Resistenza. Ma, dopo gli anni in cui fu faticosamente avviato e portato avanti il nuovo progetto di società imperniato sulla centralità del lavoro e sul riconoscimento e la promozione delle libertà e dei diritti fondamentali, quale è stato e quale è il destino del nostro Statuto? E quali sono i rischi che esso deve oggi affrontare?


In un suo recente intervento Stefano Rodotà lamenta che stanno nascendo diverse «costituzioni parallele» le quali puntano a mettere in discussione o a cancellare del tutto la prima parte della Costituzione italiana e cioè quella dei principi, delle libertà e dei diritti. Pseudo-costituzioni di stampo integralista che vogliono eliminare la vera identità costituzionale, permeata dalle idee di pluralismo e di tolleranza, per mettere al suo posto verità ritenute assolute che rischiano di provocare lo scontro fra valori o la ricerca affannosa di mediocri compromessi. Un rischio quindi culturale al quale oramai da tempo si aggiunge, sul versante sociale e politico, il pericolo di una deriva verso concezioni per le quali lo Statuto del ’48 è un ostacolo all’affermarsi della modernità liberista perché non si limita solo a disciplinare il funzionamento delle istituzioni fissando le cosiddette regole del gioco ma disegna anche e soprattutto una democrazia progressiva indicando importanti obiettivi di uguaglianza, di solidarietà e di giustizia sociale.


Una Costituzione nella quale il metodo democratico è configurato, secondo l’interpretazione dell’illustre giurista e deputato alla Costituente Costantino Mortati, come uno strumento finalizzato «a vincere le resistenze del potere economico per dar vita ad una trasformazione di fondo dei rapporti di produzione e di distribuzione del reddito, per giungere così ad un diverso equilibrio sociale». Un grande progetto quindi progressivamente emarginato per fare spazio alle esigenze di governabilità, alle proposte di regole elettorali modellate sugli interessi dei singoli partiti, alle ipotesi di riforme costituzionali intese a rafforzare i poteri dei vertici di governo, ai tentativi di indebolire ulteriormente il ruolo del Parlamento ed a politiche rivolte a scoraggiare le forme più significative di partecipazione democratica. Il tutto attraversato dalla perniciosa tentazione di ”sacrificare” i partiti sull’altare di grandi coalizioni guidate da leaders dotati di voraci poteri. E sì, perché se è vero che i partiti versano in una grave crisi dal momento che sono, come è stato detto, fortissimi in termini di potere, di occupazione di posti e di visibilità mediatica ma inesistenti nella società e nella vita reale, è altrettanto vero che essi vanno riguardati come strumenti indispensabili della democrazia e vanno perciò ricondotti al ruolo assegnato loro dalla Costituzione di «concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale».


Il sessantesimo compleanno della Costituzione cade quindi mentre stiamo vivendo una congiuntura politica non certo rassicurante come non esaltanti sono le recenti dichiarazioni del leader del Partito Democratico Walter Veltroni il quale non si è soffermato sui gravi problemi del Paese che andrebbero affrontati nell’ottica liberante e trasformatrice del progetto costituzionale ma ha concentrato tutta la sua attenzione sulle regole del gioco. Ed ha annunciato riforme in due fasi: la prima subito per ottenere un sistema proporzionale e bipolare e la seconda riguardante il futuro quando il PD si presenterà alle elezioni politiche proponendo agli italiani il maggioritario a doppio turno e l’elezione diretta del Capo dello Stato. Veltroni si è pronunciato insomma per la introduzione del sistema presidenziale alla francese, una riforma non certo in linea con lo spirito della Costituzione, e lo ha fatto senza neppure preoccuparsi di fornire qualche indicazione sulle prerogative ed i poteri del Presidente scelto direttamente dagli elettori e sui suoi rapporti col Parlamento e col Governo.


Che dire a fronte di questo malinconico scenario? Che la nostra Costituzione, nonostante i suoi sessant’anni e l’esigenza di alcuni aggiornamenti nella sua parte ordinamentale, è davvero ”bella” perché tutela e promuove i diritti fondamentali, afferma il principio dell’uguaglianza dei cittadini senza discriminazioni di sorta sollecitando la rimozione degli ostacoli che impediscono lo sviluppo della persona umana, perché prescrive che la proprietà privata e l’iniziativa economica devono essere indirizzate a fini sociali, perché stabilisce che la retribuzione deve garantire ai lavoratori e alle loro famiglie una esistenza libera e dignitosa e perché ripudia la violenza e la guerra. Primario interesse del Paese è quindi quello che la Costituzione trovi finalmente attuazione. Tradurre i valori e le direttive costituzionali in scelte e programmi politici significa invero operare la più autentica rivoluzione democratica all’insegna del più alto livello di legalità.


Brindisi, 9 gennaio 2008


Michele DI SCHIENA