La ricerca dell’illusione come difesa inconscia - di Massimo Cosimo Argentieri-
sabato 5 dicembre 2015

Voglio innanzitutto ringraziare “Brindisi Sera.it” per avermi offerto l’opportunità di scrivere una rubrica per questo giornale, che si intitolerà l’Elzeviro, in onore delle grandi pagine scritte dai Maestri. E proprio nel rispetto della migliore tradizione, il mio intendimento è quello di contribuire in queste pagine, per quanto posso, a risanare una ferita aperta del sapere occidentale.


Infatti, molto prima degli albori dell’Età Storica, una sempre più profonda conoscenza istintiva della Natura aveva consegnato all’Uomo le chiavi di un sapere segreto, tanto che egli stesso adorava la Terra come una Dea. Tale culto ha avuto, nell’evoluzione umana, degli esiti spirituali molto raffinati, influendo su filosofie e religioni e portando ideali di pace e rispetto dell’Altro, pur convivendo con realtà violente e crudeli.


In Occidente però questa tradizione spirituale è stata interrotta. Tanti i motivi: possiamo pensare alle ricorrenti devastazioni storiche, all’Inquisizione (anche noi abbiamo avuti i nostri “ISIS”: basti ricordare Ippazia e la biblioteca di Alessandria, il saccheggio crociato di Costantinopoli o gli Autodafé), agli abusi sul cartesianesimo e sulla Scienza, in genere col fine ultimo del controllo per il potere.


Prima però di proseguire, è necessario fare delle precisazioni. Per evitare fraintendimenti, infatti, mi piacerebbe chiamare questa tradizione spirituale, che definiremo sempre meglio in seguito, “Conoscenza della Natura”. Precisazione necessaria, perché sarebbe insensato discutere di discipline esotiche, peraltro di altissima levatura, ma che non sono immediatamente compatibili con le nostre abitudini, o farlo addirittura solo per esigenze “modaiole”: è invece più sensato cercare di riscoprire quella nostra precipua tradizione, quella “occidentale” ante litteram.


E allora ripercorriamone le tracce, partendo dal punto in cui le storie dell’uomo si sono divise: cioè da quando, giunta al suo termine l’esistenza di un unicum umanoide, i vari gruppi hanno agito in diversi punti geografici, simultaneamente.


Secondo Jacquetta Hawkes, per il genere umano si può parlare di contemporaneità solo nel periodo in cui la diffusione dell’uomo fra i continenti era già in corso, e cioè intorno a 500.000 anni fa.


Dobbiamo allora pensare che, più o meno in tale periodo, abbia avuto inizio quella diaspora della Conoscenza di cui ci occupiamo e che ha portato oggi a esiti così diversi tra l’occidente e tante altre culture? Credo di no.


Perché, pur in presenza di questa “colonizzazione” della Terra, le esigenze umane erano ancora molto simili a quelle animali: riproduzione, cibo, difesa dai pericoli, protezione dalle intemperie.


Per un ragionevole inizio di una diversità culturale, dobbiamo aspettare il “comportamento umano moderno”, cioè il tempo dell’ipotetico calendario lunare di Pinnacle Point, probabile patria della nostra Eva Mitocondriale, che dall’Africa, con i suoi discendenti, si è diffusa ovunque sostituendo tutte le altre specie umane e dando origine “non meno di 164.000 anni fa” appunto al “comportamento umano moderno”.


E’ da quella colonizzazione che si può far partire l’inizio dell’adattamento, lentissimo, del Culto della Natura alle condizioni specifiche dei gruppi umani (ormai geograficamente e cronologicamente diverse) fino alla fase neolitica, con i primi accumuli di scorte (quel “capitale” che poi, smobilizzato, darà origine alla finanza) e la conseguente fase “patriarcale”; ancora dagli Imperi fino al nostro periodo Romano (in genere aperto ad ogni tipo di cultura) poi al medioevo (in cui invece la regressione delle strutture sociali lasciò ampio spazio alle superstizioni e ai riti magici), fino ancora alla repressione perpetrata dell’Inquisizione e alla tabula rasa, rispetto a ciò che non era scientifico, del Secolo dei Lumi.


Tutto questo detto senza alcuna polemica: noi siamo figli dell’Illuminismo e da quelle idee deriva la nostra democrazia, così come il Cristianesimo è stata la nostra risorsa spirituale. Tuttavia, se questa ricerca deve essere oggettiva, dobbiamo rilevare una serie di “sfunzionamenti” (per dirla alla Pincherle), che ci sono costati millenni di esperienze spirituali dirette, che ora sopravvivono principalmente come nostri Archetipi. Infatti, senza quel potente supporto “sciamanico” , l’uomo occidentale ha dovuto compensare cercando, al posto della Conoscenza, il dominio sulla Natura, fino a diventare “homo technologicus”, con grandissimi vantaggi pratici immediati (sociali, economici, politici), ma con l’effetto collaterale di cannibalizzare il resto della cultura umana e di estendere globalmente il consumismo, creando gravissimi vulnus spirituali, contro cui poco o nulla hanno potuto fare i rari scienziati che coltivavano anche quelle tradizioni (uno fra tutti W. Reich, morto in prigione).


Ritorniamo ora alla nostra domanda: è possibile cercare di rientrare in contatto con quella tradizione? Credo di sì: sicuramente dovremo farci aiutare da tanti grandi Ricercatori, perché il rischio è di provare questo recupero perché ne parlano tutti, perché fa tendenza, occidentalizzando così anche questo tentativo. Per sventare l’ennesimo pericolo, c’è una cartina al tornasole: qualcosa che l’Occidentale non sopporta è che tutto ciò che lo circonda è illusorio, e che il miglior sistema per vivere è quello di agire nel modo richiesto dall’azione stessa per il raggiungimento di un risultato, ma disinteressandosi completamente del risultato stesso. Insopportabile per la nostra etica utilitarista: ma se riusciamo a comprendere questo, possiamo esser certi che ci stiamo avvicinando al nostro oggetto di studio con la giusta disposizione.


Avendo quindi precisato il tema della nostra ricerca, voglio concludere questo primo intervento precisandone il metodo. Proverò pertanto ad esprimere in queste note delle opinioni: sarà facile per il lettore sceverare il certo, il dato notorio, dalle mie confutabili osservazioni personali.


Non sono un accademico, mi diletto di conoscenza: e come me ognuno, applicando alle informazioni la sua intelligenza (nel senso etimologico di leggere tra le cose), può maturare la sua opinione. A volte i temi potranno portare disagio, come succede spesso quando si cambia il punto di vista e quindi si abbandona la “zona di comfort”: per farmi perdonare, mi riprometto di ritornare su questi concetti da diverse inquadrature, al fine di offrire al lettore sufficiente materiale per le proprie riflessioni.


Scriverò quindi le mie considerazioni all’interno di temi culturali ben definiti che si ripeteranno, ma che saranno sempre uniti da un unico filo conduttore: riprenderò cioè da diversi punti di vista il concetto della ricerca dell’illusione come difesa inconscia, come riparo certo e portatore di sicurezze per nascondere il vuoto che ci spaventa, che per questo viene riempito di pensieri.


Quel vuoto che è invece il fine ultimo della ricerca di consapevolezza, che partendo dalla conoscenza della Natura è diventato poi un principio cardine di quella tradizione spirituale tipica, per esempio, degli insegnamenti dello Yoga e dello Rdog Chen, del Tao, dello Zen Giapponese, dei Sufi e degli Esseni, delle tradizioni sciamaniche, ma che l’Occidente (in senso lato, ma con molte sublimi ed inarrivabili eccezioni) ha abbandonato.