“Dante, un poeta dei nostri giorni. Paolo e Francesca – Il conte Ugolino”, conversazione con Ermes De Mauro.
domenica 21 giugno 2015

“Dante, un poeta dei nostri giorni. Paolo e Francesca – Il conte Ugolino”, conversazione con Ermes De Mauro. Organizzazione della Bottega del Teatro, in collaborazione con Banca Mediolanum ed Isbem.


 




Quella della poesia dantesca è una missione universale, che trascende i tempi e si estende agli uomini di tutte le generazioni, un viaggio che è soprattutto morale e intellettuale. La “Divina Commedia” è uno dei libri più commentati, analizzati, studiati della letteratura mondiale. E’ uno degli esempi che meglio corrispondono a quel che sostiene Umberto Eco, che “i libri si scrivono grazie ad altri libri”. Forse aveva ragione Vittorio Gassman quando, nella presentazione di un programma televisivo di lettura del poema, sosteneva che Dante quasi non si potesse recitare, “tanto è meraviglioso, alto, anche difficile”. Allo stesso tempo, diceva l’attore, “è estremamente popolare, alla portata di chiunque, perché è emozionante, e le emozioni appartengono a tutti”.  

Nel solco dei festeggiamenti per il 750° anniversario della nascita del “Sommo Poeta” si sono confrontati con la ponderosa materia, con sicuro successo, sia Mario Cutrì, appassionato menestrello contemporaneo, sia il prof. Ermes De Mauro il quale, forte della propria invidiabile erudizione ed esperienza professionale, ha suggerito un’ipotesi di approccio al Poema che punta sulla fascinazione dei versi e su coinvolgenti riflessioni ed argomentazioni, in grado di sottrarre le letture dantesche al mero obbligo scolastico.

Tutto questo nel corso del nuovo appuntamento con la cultura e la sua promozione, la conversazione dal titolo ”Dante, un poeta dei nostri giorni. Paolo e Francesca – Il conte Ugolino”  svoltasi venerdì u.s. nella suggestiva ambientazione del Chiostro dei cappuccini a Mesagne, evento organizzato dalla “Bottega del teatro” di Mario Cutrì, con la imprescindibile collaborazione di Banca Mediolanum, dell’ISBEM e dell’azienda agricola biologica “I giardini di San Biagio”, da anni impegnata nelle coltivazioni biologiche oltre che nella produzione di erbe officinali.

Dopo aver accolto i convenuti Cutrì, attore e presidente della Bottega del Teatro ha salutato i presenti a nome del dottor Argentieri di Banca Mediolanum, impossibilitato ad intervenire ma da anni sempre molto attivo nel promuovere e facilitare il finanziamento di eventi culturali che contribuiscano a diffondere il messaggio universale della cultura e dell’arte in senso lato come testimoniato, tra le decine di iniziative, dal contributo alla inaugurazione di una galleria d’arte a Mesagne, dalle partnership con l’Isbem, con l’Associazione Solidea e con la detta Bottega del Teatro, solo per brevità.

Cutrì ha quindi presentato il relatore della serata, il prof. Ermes De Mauro, che per anni ha avvinto con le proprie lezioni gli studenti delle scuole secondarie di secondo grado, non prima di aver rinnovato pubblicamente il proprio plauso all’Isbem, l'Istituto Scientifico Biomedico Euro Mediterraneo (ISBEM) fondato a Brindisi, che ospita spesso questa ed altre iniziative della “Bottega” e che opera da oltre sedici anni nel “pianeta salute” senza scopo di lucro. Il prof. Distante, presidente dell’ISBEM, ha presentato un breve filmato illustrativo, riguardante il nuovo progetto dell’Istituto, “Il monastero del terzo millennio”, teso a trasformare edifici inerti e silenti in incubatori culturali e favorire ricerca ed innovazione, nel rispetto degli imprescindibili principi di accoglienza e spiritualità, fedeli al motto encomiabile “Io ho ricevuto da te e ti restituisco più di quel che mi hai dato”.

Un breve saluto è stato portato dal nuovo sindaco del comune di Mesagne, Pompeo Molfetta, che si è detto felice nel poter compiere in una serata così luminosa e significativa per la cultura il proprio primo impegno istituzionale.

La lettura di Cutrì ha quindi condotto il pubblico nel V canto dell’Inferno dantesco, che si svolge nel secondo cerchio, il primo dei quattro in cui sono puniti gli incontinenti, ovvero coloro che non sono stati in grado di controllare i propri istinti ed hanno ceduto all’amore carnale e sono pertanto condannati a volteggiare in continuazione, travolti e trascinati da un vento violento di una bufera infernale, simbolo della passione da cui essi erano stati travolti in vita. Dante distingue tra i dannati due anime che volano unite l’una all’altra, e non una dietro l’altra, e chiede a Virgilio di poter parlare con loro. La bufera temporaneamente si placa ed i due si avvicinano a Dante. Si tratta di Paolo Malatesta e Francesca da Polenta, cognati che, innamoratisi, vennero sorpresi in flagranza di adulterio dal fratello di lui nonché di lei marito, Giangiotto Malatesta, ed uccisi.

Interessante la chiave di lettura offerta dal prof. De Mauro, quando egli sottolinea come si tratti di uno dei passi da sempre più letti della Commedia, in quanto lieve, terreno, poco teologico e poco filosofico, accessibile, perciò, a colti e meno colti, a dantisti di stretta osservanza come a “laici” senza esperienza.

Una storia un po' rosa e un po' nera diremmo, di tradimento e di sangue, un grande racconto d'amore quello dei cognati innamorati diventato, grazie al Poeta, immortale, simbolico ed universale. “Si erano presi di passione” i due, così loro stessi raccontano a Dante, innocentemente leggendo la storia di Ginevra e Lancillotto, di quando la regina ed il suo cavaliere si scambiarono il primo bacio. “Galeotto” dicono del libro, non “maledetto”, perché ciò che successe dopo ("quel giorno più non vi leggemmo avante") non riescono a maledirlo, neppure nell' infelicità del ventoso inferno. E la dolcezza di quell'ora d'amore resta sospesa come uno squarcio luminoso nell' aria oscura dell'abisso, sembra volersi prolungare anche dove si tocca la punizione.. De Mauro sottolinea la musicalità dei versi, l’uso mirabile delle figure retoriche nel descrivere la passione oltre al sentimento, rilevando come Dante riconosca nell’amore-passione di Paolo e Francesca un sentimento che lo riguarda, che lo ha profondamente segnato e dal quale è stato fortemente sedotto nel corso della sua esistenza. Il professore rileva anche che, quando Virgilio indica a Dante alcuni personaggi della storia antica e del mito, Semiramide, Didone, Cleopatra, il Sommo Poeta sia commosso e “quasi smarrito”, evidenziando pure come egli si mostri comprensivo e indulgente con gli adulteri, di “manica più larga” che con gli altri peccatori, ragion per cui pare non infierisca: un po' di vento forte, che li costringe ad andare di corsa sempre, è l'unica pena. E quanto al luogo, ha destinato loro il secondo cerchio, quasi ancora un antinferno, una specie di “anticamera”.

Amore e odio sono i sentimenti più forti dell’animo umano, l’odio profondo e l’amore dolcissimo, come quello per i propri figli, come rinvenienti dal canto XXXIII dell’Inferno, quello del conte Ugolino della Gherardesca, letto con voce stentorea da Cutrì.

Ugolino, nobile pisano che seguì dapprima la parte ghibellina per poi accostarsi al partito guelfo dei Visconti, fu valente ma cinico uomo d'armi, fu abile stratega che ricavò notevole prestigio dall’incursione navale nel porto di Genova ma che nella successiva battaglia della Meloria si ritirò velocemente, tanto da alimentare il sospetto. Accusato di tradimento dalla nobiltà ghibellina guidata dall'arcivescovo Ruggieri, Ugolino venne rinchiuso nella Muda, una torre di proprietà dei Gualandi, una durissima prigione condivisa con i figli Gaddo e Uguccione e i nipoti Anselmuccio e il Brigata (Nino), figli del suo primogenito Guelfo II, tutti condannati a perire inesorabilmente per fame.

Come sottolineato dal prof. De Mauro, se la biografia di Ugolino della Gherardesca è suffragata da alcune prove storiografiche, la terribile fine del conte nei suoi tragici aspetti deve la sua fama e la sua diffusione esclusivamente a Dante Alighieri, che vent'anni dopo la morte del conte, lo collocò nel secondo girone dell'ultimo cerchio dell'Inferno (a metà tra i canti XXXII e XXXIII), incluso tra i peccatori probabilmente per il tradimento del partito ghibellino. Il conte, pur se ghibellino,  ha incarnato la brama di potere talmente accecante da portarlo a tradire i propri ideali (non a caso viene rinchiuso nella torre della Muta dove le aquile si rifugiavano per mutare le penne, metafora dei traghettamenti da una parte politica all'altra). L’intento di Dante è quello di sfruttare la terribile vicenda personale di Ugolino per stigmatizzare le lotte politiche che dilaniavano i Comuni alla fine del Duecento, tra i quali Pisa spiccava per crudeltà. Dante infatti, alla fine dell’episodio, lancia contro Pisa la celebre invettiva, ritenendola colpevole di aver dato la morte a delle giovani creature innocenti: “non vi sembra che oggi anche l'Italia intera meriterebbe una severa invettiva per come “lascia morire” i suoi giovani, a loro volta vittime innocenti tradite dalla condotta dei propri “padri”?

Una metafora del tempo corrente, della società attuale, diremmo, delle lacerazioni che da troppi anni dividono e sviliscono il nostro Paese a livello politico ma anche e soprattutto morale, dove l’avversario è spietato come quello che, nel sogno rivelatore di Ugolino, è determinato ad eliminarlo con il sostegno delle famiglie potenti di turno e di un popolo soggiogato e controllato.

Il prof. De Mauro ha quindi sottolineato il valore del giudizio del Momigliano circa il canto XXXIII, definito come una della pagine più dense e serrate dell’intero Poema, che pur nell’agonia senza rimedio che lo permea “raggiunge il sublime, che qui non è un punto ma una linea continua”.

Mario Cutrì ha quindi letto un estratto del saggio sul Conte Ugolino a cura di Antonio Russo (i cui opuscoli sono conservati anche presso la prestigiosa Biblioteca Centrale di Firenze), particolarmente toccante laddove, descrivendo i ragazzi vittime dell’atroce condanna a morte, parla di creature ignare del male, costrette a passare attraverso le stazioni del proprio martirio senza che a nessuno importi delle loro misere esistenze, sino al calar del sipario.

Dante è “sommo” poeta, perché è stato un uomo politico, un pensatore, un legislatore, un filosofo. La Divina Commedia non è solo un capolavoro letterario, ma è l’esposizione di un vero e proprio sistema filosofico; per questo ed altri motivi è stato giustamente osservato come Dante sia la voce più autorevole del Medioevo per i valori che ha perseguito con tenacia: tra gli altri, la virtù, la patria, Dio.

Il decadimento di un Paese - soprattutto a livello etico e morale - è un declino tanto più colpevole quanto più esso disponga di straordinarie risorse (nel nostro caso culturali, storiche, artistiche) che non è in grado di sfruttare. Tra queste ci sono certamente gli insegnamenti di Dante, sempre attuali e ricchi di significati inestimabili che ci auguriamo possano fungere da sprone affinché i tesori del passato tornino a brillare nel presente e ci aiutino a riprendere a guardare al futuro con orgoglio e speranza.


Articolo di Andrea Solimini.


Fotoservizio di Stefano Albanese