Inutile negarlo. La disaffezione verso le urne aumenta a dismisura.
venerdì 19 giugno 2015

Inutile negarlo. La disaffezione verso le urne aumenta a dismisura. I dati scaturiti dalle ultime consultazioni parlano chiaro: circa il 50% degli aventi diritto al voto rinunciano a esprimere il loro pensiero politico. Una fuga di massa, quindi, dalla partecipazione a quello che dovrebbe essere l’atto con cui si configura la vera essenza della “sovranità popolare”. Di conseguenza, i risultati, determinati da un quadro elettorale siffatto, devono necessariamente avere una dubbia valenza sotto l’aspetto della rappresentatività. E tale astrusa, fantasiosa, ancorché astratta rappresentatività ha avuto la sua lampante consacrazione con i risultati scaturiti dal voto di ballottaggio posto in essere il 14 giugno scorso. Verdetti, quasi scontati nel primo turno, completamente ribaltati, invece, dai risultati del ballottaggio, determinati anche e soprattutto dalla massiccia astensione dal voto. Inutile dire che gli eletti (!?), nel nome di una “stravagante” democrazia, determineranno ineluttabilmente le sorti di una popolazione per la durata di una intera legislatura. Ma l’astensionismo di massa ha chiaramente una genesi ben più complessa che va oltre le astrusità, appunto, di una legge elettorale da rivedere nella sua intierezza.

In effetti, ormai da tempo, il cittadino vive una situazione di “rigetto” nei confronti della politica in senso lato: per ciò che di scandalistico offrono i politici, ancorché amministratori da operetta; per le leggi che vengono varate e puntualmente disattese; per le palesemente irrazionali progettualità che si tenta (sic!) di intraprendere. Situazione di rigetto, questa, che sfocia, come visto, in un pericoloso astensionismo elettorale che decreta in maniera inequivocabile una rappresentatività non autentica. E poiché non si intravede un vero programma di interventi atti a porre un freno a questa deriva istituzionale, al cittadino della strada sorge il dubbio che gli strani accadimenti elettorali in argomento non siano altro che la risultanza di un “calcolo” ben studiato a tavolino.  E tutto questo è avvenuto anche nel territorio più vicino a noi.

Il voto per l’elezione del Consiglio Regionale ha decretato una vera e propria sconfitta sociale per la città di Brindisi, capoluogo di provincia (ex?!), che esce da questa ultima esperienza elettorale con le fatidiche ossa rotte: nemmeno un rappresentante in seno al consiglio. Possibile che in ambito cittadino non si sia potuto indirizzare un unanime consenso verso un candidato credibile? Possibile che gli elettori brindisini, sempre tenuto conto dell’astensionismo che nella fattispecie ha toccato una percentuale superiore al 50%, abbiano preferito  indirizzare il loro consenso verso un candidato non autoctono? E se le percentuali riferiti all’affluenza fossero state, invece, diverse, potremmo ora  ipotizzare una rappresentatività più vicina alla realtà con la eventuale elezione di un candidato del luogo? Ed ecco come sarebbe potuto cambiare “ex abrupto”, “sic et simpliciter” il quadro politico/rappresentativo/interventistico in ambito specificatamente cittadino.

Così non è stato. Ma ciononostante, nessuno si preoccupa più di tanto di tali incongruenze che indubbiamente potrebbero essere determinanti per il futuro socio/economico di un territorio, men che meno i “quadri” dei partiti politici maggioritari cittadini che dovrebbero, di contro, porre in essere ogni possibile intervento atto a scongiurare ciò che invece è accaduto.  

Anzi, questi stessi partiti, e il pensiero è rivolto in particolare a quelli che compongono l’attuale maggioranza al Comune di Brindisi, che, ad onor del vero, per la sua attuale composizione simile ad un “guazzabuglio” ha completamente disatteso quello che fu il volere dell’elettore, quale risposta ad un trend di affluenza elettorale in picchiata, impongono (è il caso di dirlo!) incredibili ed ingiustificati “rimpasti” o “revisioni di giunta” che non fanno altro che allontanare ulteriormente, con sensazioni di sfiducia e disgusto, il comune cittadino “elettore” dalle vicissitudini politiche, ancorché amministrative. A tal riguardo mi pongo e pongo una semplice domanda: è ipotizzabile prevedere l’attuazione di un programma modificandone continuamente gli ideatori, ancorché gli esecutori? Pur percependo, ahimè, i poco “nobili” motivi che ingenerano tali continui cambiamenti, appare oltremodo chiaro che tale modo di procedere non può che rivelarsi esiziale ai fini della persecuzione di risultati soddisfacenti.

Inutile far finta di niente! Ciò che stiamo vivendo in termini di disaffezione elettorale non è altro che la conseguenza di un’insana attività politica e amministrativa ancorata ad arcaiche metodologie poco “propense” a rappresentare gli interessi della collettività sia su scala locale, quanto e principalmente su scala nazionale e, quindi, inadeguate a dare la stura ad un pur minimo progetto strategico su cui coalizzare le tante e consistenti risorse pure presenti.

Pertanto, è indispensabile, ancorché indifferibile porre in essere ogni possibile intervento atto a operare una vera e propria inversione di rotta. E tale nuova strada può essere percorsa solo in presenza di una forte pressione popolare e con la proposizione di sinergici interventi attuati da associazioni e movimenti di cittadinanza attiva con il solo scopo di perseguire l’obiettivo di imprimere nella mente e nell’animo del cittadino i valori delle regole, quelle buone, della tutela della dignità umana e della contrapposizione ad genere di sopruso e malaffare.
Uscire da questa situazione non è facile. Ma quanto prima si comincia, meglio sarà.     
    
 Francesco D'Aprile