Una via ai Martiri di Acca Larentia!
domenica 6 gennaio 2008

Brindisi, 6 gennaio 2008. Nel 30° della strage, una via ai Martiri di Acca Larentia!


“Forse è destino che gli uomini
di coraggio muoiano,
uccisi dai vili.
Ricordate i vili
e ricordate i coraggiosi.
E quando siete felici
e godete della libertà
che i coraggiosi vi hanno regalato,
abbiate un pensiero
per coloro che sono passati
come passa una carezza nel vento”


Nel 30° anniversario dell’assurda strage di Via Acca Larentia a Roma, Azione Giovani vuole commemorare quelle giovani vittime e chiedere alle amministrazioni comunali del brindisino l’intitolazione di una strada.


Il 7 Gennaio ricorre infatti il terzo decennale della strage in cui persero la vita tre giovanissimi militanti del F.d.G.: Franco Bigonzetti, Francesco Ciavatta e Stefano Recchioni.


E’ il mese di gennaio del 1979, nella sezione del MSI di via Acca Larentia, nel popoloso quartiere Appio, si svolge una riunione giovanile. Sono le 18 si preparano i volantini per un concerto di musica alternativa. Alle 18.20 i ragazzi escono dalla sezione, devono andare a raggiungere gli altri giovani che stanno volantinando in piazza Risorgimento. In tre escono dal portoncino della sezione.


All’uscita i ragazzi vengono accolti da un fuoco incrociato di armi automatiche che sparano ripetutamente nel mucchio, finché non rimangono sul selciato colpiti a morte FRANCO BIGONZETTI (20 anni) e FRANCESCO CIAVATTA (18 anni).


VINCENZO SEGNERI riesce a rientrare in sezione e, seppur ferito ad un braccio, a chiudere la porta blindata spingendo dentro gli altri ragazzi per salvarli dal fuoco. I soccorsi tardano, Francesco rantola in un lago di sangue, morirà durante il tragitto in ospedale. Aveva solo 18 anni, era figlio di operai e pochi mesi dopo suo padre, per la disperazione, si getterà dalla finestra della sua casa in piazza Tuscolo.


La notizia si sparge, dilaga fra i militanti del MSI che convergono da tutta Roma verso la sezione di Acca Larentia. La tensione è alle stelle, l’indifferenza e l’arroganza di giornalisti superano ogni limite. Un giornalista della RAI butta con disprezzo la cicca di una sigaretta nella pozza di sangue di Francesco.


La reazione dei ragazzi presenti è immediata. Scoppiano tafferurgli, le forze dell’ordine caricano e lanciano lacrimogeni. STEFANO RECCHIONI militante del F.d.G. della storica sezione di Colle Oppio, viene colpito da un proiettile sparato ad altezza d’uomo da un capitano dei Carabinieri. Morirà il 9 gennaio all’Ospedale S. Giovanni a soli 19 anni.


In poche ore la furia omicida ha colpito per ben tre volte e solo il caso ha ”limitato” a tre il numero delle vittime. Se tutti e sei i ragazzi della sezione fossero usciti contemporaneamente ben più grave sarebbe stato il bilancio, le sventagliate di mitraglietta esplose avrebbero fatto ben altri danni.


La rivendicazione della strage fu puntuale: i Nuclei Armati di Contropotere territoriale rivendicarono l’azione definendola un’azione di ”antifascismo militante”. Per circa 10 anni le indagini non portarono a conclusioni: solo nel 1988 si scoprì che la mitraglietta Skorpion usata nella strage di Acca Larenzia fu la stessa usata in altri tre omicidi firmati dalle Brigate rosse.


Tanto per gradire tutti i presunti colpevoli vennero assolti per insufficienza di prove come la supposta componente femminile del commando, rimasta per altro latitante. La ceca violenza dell’antifascismo aveva colpito ancora una volta giovani innocenti, usati come cavie per provare l’efficenza delle armi, e nessuno pagava per questa follia.


La nostra comunità giovanile, nel terzo decennale della strage, intende ricordare i ragazzi che ci hanno preceduto nella militanza, con un doppio intento: il primo, quello di non dimenticare mai chi ha sacrificato persino la propria vita per quello in cui credeva, per la propria Comunità,  e per far si che a noi giungessero quei valori e quella fiaccola, affinchè sia da monito per tutti noi quando è il momento di donare o di togliere tempo o interesse ad altro.


Il secondo intento, è quello di avere l’obbligo morale di attualizzare e concretizzare i valori per cui hanno dato la vita quei ragazzi, costruendo il futuro sulla base di quelle fondamenta ideali, incidendo per la trasformazione della realtà quotidiana, e non chiudendosi nei nostalgismi e rifiutando qualsiasi disfattismo.


I ragazzi del F.d.G. hanno pagato per avere voluto costruire la Comunità di Popolo al di la degli steccati ideologici, per aver creduto in un’Europa unita e forte quando tutti si schieravano o con gli USA o con l’Unione Sovietica, per aver intuito, prima di altri, che capitalismo e comunismo erano in realtà due facce della stessa medaglia materialista ed economicista, che violentava l’Uomo e cancellava i preminenti valori spirituali.


Quei giovani hanno pagato per aver sognato un mondo giovanile vivo, pulsante, che potesse guidare una nuova società, in cui i vecchi signori del potere non mettessero più i giovani uno contro l’altro, fino al punto di armarne le mani,  per garantire ancora se stessi ed il proprio squallido potere. Quei giovani hanno pagato per aver trasmesso dei valori che oggi possono essere davvero i valori di tutti.


Quei giovani sono i nostri fratelli maggiori, e devono ricordare a tutti che la lotta politica non deve mai degenerare in violenza, che ci sono gli avversari, ma che non possono mai diventarte nemici, che la cultura dell’anti è pericolosa e controproducente.


Francesco, Stefano, Franco, e poi Alberto, Sergio, Mikis e tutti gli altri ragazzi, studenti, giovani colpiti a morte dalla furia omicida, hanno versato il loro sangue non certo inutilmente, e hanno ricordato a tutti come, usando un’espressione del compianto Marzio Tremaglia,  esistano beni superiori alla vita e alla libertà del singolo per cui vale la pena dare tutto se stessi.


Per tutto questo, per le loro famiglie, perchè nessuno dimentichi, quei ragazzi meritano almeno l’intitolazione di una strada.


Brindisi, 06/01/2008