Disputa lingiuistica in merito al termine ”femminicio” -di Bastiancontrario-
mercoledì 8 gennaio 2014

La  leziosa  ricerca  della  parola  perfetta ovvero la narcisistica mania di esibire terminologie alternative del tutto inutili per definire il tragico fenomeno del femminicidio, storico flagello universale

E' giusto avviare una disputa accademica su come definire, con proprietà di linguaggio, l'incessante strage di donne ad opera di maschi malati e criminali? Oppure è soltanto un esercizio di stile inutile, e anzi controproducente, che storna le attenzioni dal focus principale, che resta quello di educare, prevenire e sanzionare duramente l'abietto reato?


Un vecchio esteta come il Maestro Guido Ceronetti non poteva esimersi dal dire la sua sull'argomento e infatti, su “La Repubblica “del 27 dicembre 2013, ha scritto un bel temine, farcito di erudite citazioni e riferimenti colti, come si conviene ad un intellettuale del suo livello. Per contestare il rozzo termine “femminicidio” a favore del suo più raffinato neologismo “ginocidio”. Premesso che bisogna guardare alla luna e non al dito, e che la sostanza è sempre più importante della forma, se proprio vogliamo avventurarci  in dotte disquisizioni di ordine semantico-lessicale-etimologico spaccando il capello del significante perfetto, cioè certo e inequivocabile, allora facciamolo pure, ma consideriamolo un gioco di società, un ozioso intrattenimento da perditempo...


Le cose stanno in una maniera molto  più semplice di come le dipingono taluni intellettuali d'antan:
La lingua nasce per strada, nella rete e nelle redazioni di giornali e tv. Non nei prestigiosi saloni dell'Accademia della Crusca o nei salotti dei  linguisti. Nasce naturaliter e non con parto pilotato. In seguito si espande, si diffonde, circola e si radica nell'uso comune.


Mi dispiace per il patriarca torinese, ma la sua trovata geniale è un flop. ”Ginecidio” è troppo foneticamente vicino a “genocidio” per attecchire. Almeno un terzo dei telespettatori da tinello o da bar italico, nell'ascoltare uno speaker che parla di “nuovo genocidio in Uganda” prenderebbe fischi per fiaschi equivocando il messaggio informativo.


Il femminicidio è tale perché il termine logico dialettico cui si contrappone è il maschio, e non l'uomo. Non è quindi un vocabolo dispregiativo da ridurre solo ad una semplice accezione biologica (animale femmina che si accoppia, partorisce e alleva). E' invece il correlativo nominale del “maschilismo “, (che non è.. ”Ominismo”), inteso come  degenerazione estrema, patologica  di un atteggiamento schiavista e violento. Siamo di fronte alla stessa ragione intrinseca che origina il termine “femminismo”. Ve la immaginate voi una sostituzione con il più neutro  “donnismo”? E se anche si usasse questo orrido vocabolo di genere, non si correrebbe il rischio che tutti i duri d'orecchio del patrio suolo capiscano ”nonnismo”?


Certe parole non nascono in laboratorio. Esiste l'omicidio e non il donnicidio. L'uxoricidio ma non il muliericidio. Ed ora che i costumi sono cambiati il buon Ceronetti si produrrebbe anche nell'azzardo estremo di proporre il termine “compagnificio”? Mi auguro di no, altrimenti siamo ai soliti equivoci: cementificio, panificio...


Non ci fissiamo dunque con queste dotte dispute sul sesso degli angeli, andiamo avanti e combattiamo, ognuno per ciò che gli compete, per concorrere a debellare questa scandalosa tabe ( parola ceronettiana) dell'umanità.
                                                                                                         Bastiancontrario