FICO della MIRANDOLA, il bagnino-filosofo - Pagine tratte dal libro ”So(r)ridere con filosofia” di Bruno Storella.
venerdì 4 novembre 2011

Pubblichiamo con immenso piacere uno dei racconti contenuti nell’ultimo libro  di Bruno Storella ”So(r)ridere con filosofia”.  (libro non ancora  presentato ufficialmente)

Era molto conosciuto quell’uomo dal fisico atletico e prestante che faceva il bagnino all’esclusivo lido I VIP al mare e i NIP a lavorare. Il suo nome era Fico della Mirandola, un uomo che amava vivere sempre all’insegna del motto: Non c’è tanga che tenga…! Egli era discendente del famoso letterato Pico della Mirandola, dal quale aveva ereditato il gene del latin lover, cioè amante delle lettere classiche. Inoltre, avendo la passione anche per la biologia ed in particolar modo per l’ingegneria genetica, Fico dedicava gran parte del suo tempo alla sperimentazione delle varie tecniche di manipolazione gen..., avvalendosi della “necessaria” collaborazione di giovani e belle fanciulle che egli sceglieva solo dopo aver approfondito la loro conoscenza..., perchè come dice Rousseau nel suo “Emilio”: Per insegnare il latino a Giovannino non basta conoscere il latino, ma bisogna soprattutto conoscere Giovannino.

Pur essendo un uomo strafottente, per via delle sue grandi capacità amatorie, Fico, però, era una persona molto riservata e discreta. Infatti, quando egli si fidanzava, per esempio, con qualche donna famosa della televisione o del cinema, non glielo faceva neanche sapere, così come, quando troncava una relazione sentimentale, egli non diceva niente alla sua partner, non una parola, non una telefonata o una lettera.

Nelle calde giornate estive, Fico era solito uscire sempre con il suo calesse trainato da una cavalla bianca che egli chiamava affettuosamente con il nome della donna con la quale stava in quel momento. Pertanto, la puledra si sentiva parecchio confusa, sentendosi chiamare per una settimana, Maria, poi, nell’altra, Giorgia, poi, nell’altra ancora, Gabriella, poi, in quella successiva, Roberta e via dicendo. Insomma, la povera cavalla aveva le sue buone ragioni per incazzarsi, perché sentiva di essere trattata come una qualsiasi, proprio come capita a volte a tante donne.

Fico aveva sempre solo due cose in testa: …l’altra erano gli spaghetti. Egli, avendo sempre un pensiero fisso, a sesso unico, si innamorava di ogni donna che incontrava sempre a prima vista, salvo, poi, con qualcuna, dopo una seconda vista, decidere che era meglio perderla di vista. Egli, nonostante fosse daltonico, ne aveva viste di tutti i colori, avendo avuto delle relazioni amorose con donne di colore e con donne di altri colori.

Ci fu una volta, però, in cui egli andò in bianco…, con una donna bella, ma tanto bella, come… la moglie di un altro. Dopo aver conversato per circa cinque minuti, infatti, entrambi andarono a letto: ognuno a casa propria. Il giorno dopo, però, lei gli telefonò, dicendogli: “Vieni a casa mia, adesso, perché non c’è nessuno”. Dopo pochi minuti Fico era già davanti alla sua porta. Bussò più volte, ma non ebbe risposta, perché in casa, infatti, non c’era nessuno.

Egli era considerato un vero e proprio tombino per le donne (tombeur de femmes, in francese), per l’abilità che aveva nel farle cadere..., attraendole e affabulandole con argomentazioni relative all’astrologia, altra passione che egli aveva ereditato dal suo celeberrimo antenato Pico.
Quando non aveva di meglio da fare, Fico trascorreva le sue serate in un pub che era gestito da un certo Kant, diventato famoso per aver inventato il celebre Aperitivo Categorico, il quale, nei giorni di chiusura del locale, invece di riposarsi faceva un secondo lavoro, quello di filosofo.

Il locale, che aveva l’insegna Kant… che ti passa, era frequentato da clienti che, fra un aperitivo categorico e l’altro facoltativo, si divertivano a kantare con il karaoke. C’erano alcuni, però, che non volevano kantare, ma preferivano assistere allo spettacolo di animazione tenuto dallo stesso Kant, il quale, essendo un attento e acuto osservatore dei costumi, allietava i propri clienti con notizie di gossip che consistevano nel fare la critica della ragione di questo o di quell’altro personaggio pubblico ed esprimendo dei giudizi apriori, quando egli (s)parlava di qualcuno, prima ancora di averlo conosciuto e dei giudizi aposteriori, quando si trattava di fare degli apprezzamenti sul fondo schiena di qualche donna presente nel locale.

Non di rado capitava nel pub anche qualche filosofo ed infatti una sera si ritrovarono nel locale Cartesio e Sartre, i quali, però, volendo ignorarsi di proposito, si erano seduti, ciascuno per proprio conto, a due tavolini distanti fra loro.

Il cameriere, un immigrato arabo di nome Nabir Al Bar, ignaro di chi fossero quei due, si avvicinò prima al tavolo di Cartesio, che stava già sorseggiando un drink, al quale, ingenuamente…, fece la domanda:

«Mi scusi, signore, lei pensa di volerne un altro?».

«Mi lasci qualche attimo per pensare... perché ho qualche dubbio in proposito. Vede, io dubito di tutto, tranne che del fatto stesso di dubitare, cioè di pensare e quindi di esistere, per cui, come certamente lei saprà, io ho inventato il celeberrimo aforisma: “Penso, quindi sono” (Cogito, ergo sum). Pertanto, premesso che io, in quanto uomo, sono una cosa che pensa, ma sono anche un’entità corporea, allora, se penso…, non voglio un altro drink. Se, però, io non penso…, allora, potrebbe essere che lo voglia il mio corpo. Ma, se io penso di non volerlo, allora, vuol dire che lo voglio, se non penso. E comunque, se io penso di volerlo, allora, dovrei pensare anche al mio portafoglio. Quindi, a questo punto, mio caro, sa cosa le dico? Che nel dubbio, non penso di volere un altro drink!», rispose il filosofo, il quale, rimasto pensieroso, con il capo rivolto all’insù e con gli occhi chiusi tutto il tempo, non si era accorto che il cameriere, sentendosi frastornato nell’ascoltare quelle “incomprensibili” riflessioni, si era allontanato già da un pezzo.

Nabir Al Bar, infatti, aveva pensato bene di lasciare quello strano tipo che stava minando la sua incolumità mentale per andare a servire un altro cliente, magari un po’ più “normale”. Così, egli, ignorando l’identità anche di quest’altro cliente, si avvicinò al filosofo esistenzialista Sartre e gli domandò:

«Il signore ha già scelto? Vuole ordinare qualcosa?».
«Ma che senso ha scegliere…! Ordinare…!

Ma lei lo sa che la mia condizione di uomo mi induce a condurre una vita priva di senso e pertanto ogni mia scelta è assurda? Ma lei lo sa che noi uomini, illudendoci di essere liberi, siamo “condannati” invece a dover agire e quindi a dover scegliere irrazionalmente? Comunque, proprio per cercare di lenire un po’ la noia di questa vita irrazionale, che mi procura anche un senso di nausea esistenziale, non mi faccia scegliere, decida lei per me, mi porti una cosa qualsiasi, non so…, magari…, un caffè senza panna».

«Mi spiace, signore, ma abbiamo esaurito la panna. Che ne direbbe, invece, se le portassi un caffè senza latte?», rispose il cameriere, così, per adeguarsi a quel dialogo irrazionale

«No, grazie. Allora, mi porti un caffè senza zucchero!».

«Mi spiace, signore, ma abbiamo esaurito lo zucchero. Che ne direbbe, invece, se le portassi un caffè senza caffeina?».
«No, grazie. Allora, mi porti solo un caffè!».

«Mi spiace, signore, ma in questo momento anche il caffè lo abbiamo esaurito».
«Va bene! Allora, mi porti un caffè esaurito!».

Fu quella sera stessa che Nabir Al Bar si licenziò, lasciando il suo lavoro di cameriere al pub, per fare ritorno al suo lontano paese d’origine dove aprì un piccolo bar, davanti al quale appose questo cartello: “Ingresso riservato esclusivamente agli analfabeti”.

Fico aveva avuto sempre la passione per i viaggi, anche se ogni volta che partiva la destinazione era sempre la stessa: la Francia. Ed ogni volta che ritornava in Italia, diceva agli amici: “Sono contento di non essere nato in Francia, perché, in tal caso, mi sarei trovato in serie difficoltà per il fatto che non conosco neanche una sola parola di francese”. Siccome, però, i francesi erano considerati cugini degli italiani -come gli avevano sempre detto-, quindi, la Francia era sua zia, ecco perché egli andava spesso a trovarla.

Un giorno, trovandosi in un bar, Fico vide entrare un signore con un pappagallo sulla spalla, il quale andò a sedersi al tavolino a fianco al suo. Appena sentì che quello parlava in francese con il cameriere, Fico, ritenendo opportuno rivolgere la parola a quel suo “parente”, gli domandò:
«Ma com’è carino! Dove l’hai preso?».

«In Francia!», rispose il pappagallo. «Lì ce ne sono milioni come questo ed anche di più belli, di più eleganti e di più intelligenti».

Fico aveva conosciuto, diventandone amico, Joe, un ragazzo che per metà era italliano e per l’altra metà statunitense, cioè, per brevità, era un italo-statunitense, il quale aveva un carattere violento e per questo era stato netraulizzato italiano. Joe era figlio del noto gangster Frank Castagnato, di pistola diplomato al conservatorio di Sing Sing, presidente della cooperativa onlus Anonima As…pazzin di Chicago.

I due amici trascorrevano le loro giornate sempre insieme, fino a quando, un giorno, Joe disse a Fico:

«Vuoi scommettere che tu non riesci ad entrare in Marina?».
«Accetto la scommessa!».

Fu così che Fico si arruolò in Marina. Egli era molto contento per aver vinto la scommessa fino a quando, un bel giorno, ebbe una profonda delusione, perchè non si trattava di entrare nella Marina Militare, ma di entrare… in un’altra Marina, quella bellissima ragazza bionda, tutta curve e senza rettilinei, che se la tirava sempre tanto perché abitava in Via del Tutto Eccezionale, una via a sesso unico dove c’era anche il club privè Strappo alla Regola.

A quel punto, così come Marlon Brando, trovandosi sul set di “Via col Vento”, disse: Cazz…ci faccio io in questo film!? anche Fico, che era un cinefilo, trovandosi nella Marina Militare, disse: Cazz…ci faccio io in questa Marina!?

Ma, dal momento che era entrato, ormai, nella Marina sbagliata, Fico fu costretto, comunque, a rassegnarsi e trascorrervi ben due anni, due mesi, due giorni, due ore, due minuti e due secondi. Durante quel periodo, egli fu imbarcato e sbarcato più volte: la prima volta su un canotto, per un quarto d’ora; la seconda volta su una canoa, per mezz’ora; la terza volta su un pedalò, per un’ora. Ma, finalmente, un bel giorno, egli si imbarcò su una Fregata, una nave da guerra rubata di notte alla Svizzera.
La nave Fregata aveva un nome sinistro, Colpita, ma anche un nome destro, Affondata, a seconda della fiancata dalla quale la si guardava.

Era una nave dotata di diversi tipi di missili, fra cui: i Terra-Terra, che non erano, però, molto considerati dai marinai, i quali non li degnavano mai di uno sguardo perché erano veramente troppo scarsi; gli Aria-Aria, che erano così presuntuosi e arroganti, che una volta mandati su, in cielo, si montavano talmente l’ogiva, che non ritornavano più giù e i Mare-Mare, che venivano lanciati, però, solo d’estate, sulle spiagge affollate. Inoltre, la Fregata aveva a bordo anche i famigerati Imbarazzi, che erano dei razzi un po’ impacciati, i quali erano stati usati, infatti, con scarso successo nel famoso Sbarco in Lombardia, durante la guerra italiota fra Padani e Terroni, fatta scoppiare dai soliti cogl…

Sulla nave Fregata, Fico ne aveva viste di cotte e di crude, di semi-cotte e di semi-crude, di semi di girasole e di semi di giraluna, di semi…fermo qui, forse è meglio.

Una sera d’inverno, libero dal servizio, Fico decise di scendere dalla nave per andare in Franchigia. Era da molto tempo che non andava a casa di Franca e di Gigia, due sue vecchie amiche. Poi, però, ripensandoci, perché loro abitavano lontano parecchio, decise di fare solo quattro passi, anzi, otto, perché voleva camminare un po’ di più.

Mentre passeggiava lentamente lungo il molo, assorto nei pensieri, non suoi, ma in quelli degli altri, Fico non si rese conto che, intanto, era sopraggiunta notte fonda, che era una fonda diversa da quella dove aveva gettato l’ancora la sua nave. Egli non si accorse neanche che stava per scoppiare un forte temporale, fino a quando non vide comparire sulla banchina del porto numerosi branchi di nebbia, i quali, procedendo in gruppo, gli andavano incontro con fare, ma senza dire, minaccioso.

Il mare, che man mano che passavano i secondi si gonfiava sempre più e poi, passati i secondi, si sgonfiava sempre meno, andava formando tante onde anonime che egli, quindi, non conosceva. Mai, come quella notte, gli Agenti Atmosferici si scatenarono, tanto, che dovettero intervenire numerosi, in 113, i loro colleghi Agenti di Polizia, i quali, giunti a sirene spietate, perché erano giustamente incazzati per essere stati costretti ad uscire con quel tempaccio, non riuscirono, comunque, a placare la loro furia neanche un po’.

Fico, allora, pensò che forse era meglio ritornare sui suoi passi, ma non ricordando più dove li aveva messi, decise di andare dalla parte opposta, trovando riparo in una taverna malfamata sul porto che aveva l’insegna: All’abominevole uomo delle navi. Una volta entrato nel locale, egli si fermò sulla porta, però, siccome sentì che la stessa stava scricchiolando sotto il suo peso, decise, allora, di scendere giù e di fermarsi sotto la porta, per mettersi più al riparo. Poi, egli si guardò intorno e vide che c’erano tanti vecchi marinai i cui volti, segnati da tante tartarughe marine, facevano intuire che si trattava di vecchi navigatori fra i quali ce n’era anche uno satellitare, perché gli altri lo chiamavano Tom Tom.

Dovendo attraversare tutto il locale, che oltre ad essere affumicato come un salamone era anche molto affollato, Fico decise di non farsi largo a gomitate, dal momento che il gomito lo avevano alzato già tutti quegli ubriaconi, ma di procedere prendendo a calci tutti quei reduci della trinchea che ostacolavano il suo passaggio, i quali mostravano ancora, nei loro sguardi spenti, i segni della battaglia per la presa della bottiglia. Giunto, finalmente, davanti al bancone, Fico vide che al di là dello stesso, seminascosto, c’era l’oste, addormentato su una piccola seggiola, con in testa un basco. Quella visione lo intenerì profondamente perché in quel momento egli rammentò gli anni della sua infanzia, quando sua madre, dopo averlo messo a letto, per farlo addormentare gli raccontava la favola: Il Bell’Addormentato col Basco.

«Mi dia qualcosa per riscaldarmi!», urlò Fico al barista, il quale, svegliatosi all’improvviso, balzò in piedi, si tirò su i pantaloni cadenti, si dette una grattatina alle parti sottostanti…, si stropicciò gli occhi, si grattò un orecchio, si mise un dito nel naso, sputò nella sputacchiera sotto il bancone e si diresse nel retrobottega da dove ricomparve, dopo alcuni attimi, dicendo:

«Tenete! Dovete accontentarvi di questo cappotto di dromedario, perché quello più elegante di cammello me l’ha fregato ieri sera un beduino di passaggio».

Dopo aver indossato il cappotto ed essersi riscaldato un po’, Fico ordinò ancora al barista:

«Ora, mi dia un bicchiere di latte parzialmente stremato, perché sono un po’ stanco. E se non ce l’ha, allora, me lo dia a lunga conversazione. Vorrà dire che mi intratterrò in questo locale un po’ di più». Fico beveva soltanto latte, ecco perché egli non era solito piangere sul caffé versato.

Trascorsi alcuni minuti, entrò nel bar una giovane donna, la quale, dopo essersi seduta vicina a Fico, prima lo squadrò tutto, da cima a fondo, poi dal fondo alla cima e finalmente gli domandò:

«Lei è un marinaio?».

«Certo! Non vede che sono vestito da marinaio? Ho passato una vita sull’acqua. Ho attraversato oceani, mari, laghi, fiumi, torrenti, ruscelli, canali e piscine, anche con mare forza 1,2,3,4,5,6,7,8,9,10 e addirittura con…forza Juve! Di più, era umanamente impossibile. E lei, invece…?».

«Io… sono lesbica. Mi piacciono moltissimo le donne. Dalla mattina alla sera penso sempre alle donne, prima di addormentarmi penso alle donne, quando dormo sogno le donne, insomma, non riesco a pensare a nient’altro che alle donne, in ogni istante della mia giornata».

Continuarono a conversare per quasi due ore, sempre dello stesso lesbo-argomento, fino a quando entrò nel bar un’altra donna, elegantemente vestita, tutta firmata, con una maglia sgargiante con sul davanti ricamate tre note musicali: Mi La Do! Anche quest’altra, dopo essersi seduta a fianco a Fico, prima lo squadrò tutto, dal fondo alla cima, poi da cima a fondo e finalmente gli domandò:

«Lei è un marinaio?».

«Fino a qualche minuto fa pensavo di esserlo, ma ho appena scoperto che sono una lesbica», rispose Fico, con voce flebile e confusa.

(AVVERTENZA: Si consiglia al lettore che non intende impegnare più di tanto la propria mente di tralasciare la lettura del seguente corsivo perchè riguarda considerazioni strettamente filosofiche).

Fico, il marinaio, nel rispondere ha elaborato questo sillogismo:

Alla lesbica piacciono le donne
a me piacciono le donne
quindi io sono una lesbica.

Ma è del tutto evidente che egli ha distorto l’argomentazione deduttiva, la quale, essendo priva di logica consequenziale, ha assunto una forma paradossale, in quanto le due premesse non sono connesse dal termine medio.

Sarebbe, cioè, come se si elaborasse questo sillogismo:
Tutte le donne sono esseri umani
Tutte gli uomini sono esseri umani
Quindi tutte le donne sono uomini
L’errore consiste in questo: anche se è vero che tutti gli uomini sono esseri umani e che tutte le donne sono esseri umani, non ne consegue che non possano appartenere alla stessa classe, cioè quella degli esseri umani, ed essere nel contempo diversi fra loro, poichè in nessun momento il sillogismo asserisce che le donne o gli uomini costituiscono l’intera classe degli esseri umani.

Il ragionamento -logico deduttivo- parte dal generale per giungere al particolare. L’essenza dell’argomentazione deduttiva è il sillogismo, di cui ne è un classico esempio il seguente:
Tutti gli uomini sono mortali
Socrate è un uomo
quindi Socrate è mortale.

In questo caso abbiamo, quindi, una conseguenza logica.

A proposito di questo sillogismo su Socrate, merita essere citato un esempio di “nonsense” scritto al riguardo da Ionesco:

Tutti i gatti sono mortali
ma anche Socrate è mortale
quindi Socrate è un gatto.

SILLOGISMO è un termine introdotto in logica da Aristotele che designa una forma di ragionamento (deduttivo) in cui, poste due premesse, ne deriva necessariamente una conclusione, che è diversa dalle premesse ma che ha validità per il fatto stesso che sono valide le premesse.

Il sillogismo ha forza argomentativa stringente soltanto se le premesse sono certe, se il termine medio è utilizzato in modo univoco e più in generale se le regole logiche mediante cui si perviene alla conclusione sono corrette. Esso consiste di tre proposizioni: due premesse ed una conclusione; nelle premesse compaiono i due termini fra i quali si deve indicare se e quale nesso esista; in esse il termine medio compare due volte, una volta raffrontato col termine che ha significato più esteso (premessa maggiore) e una volta con il termine che ha significato meno esteso (premessa minore); nella conclusione il medio scompare e si enuncia di conseguenza il nesso ricercato fra i due termini di partenza.

Durante il periodo trascorso in Marina, Fico si appassionò, anzi si appassiosì all’hobby della pesca. Una passione che a volte gli aveva procurato anche un po’ di tristezza, quando gli era capitato di pescare uno scorfano, un pesce veramente sfortunato perché, oltre ad essere molto brutto, era anche senza genitori. E Fico sapeva sin troppo bene cosa si provava ad essere solo al mondo, ad essere uno (sc)orfano, perché lui, all’età di 6 anni, per poter partecipare alla gita degli orfanelli organizzata dal parroco del suo paese, aveva ucciso sua madre e suo padre con il fucile a tappi che gli aveva portato la befana.

Fico ne aveva da raccontare sulle sue esperienze di pesca, come quella volta quando, una mattina, di buon’ora, giunto sulla scogliera, vide che c’era un vecchio pescatore che se ne stava tutto solo, con una canna da pesca in mano e un mozzicone di sigaro spento che gli pendeva dalle labbra. Egli gli si avvicinò e dopo averlo salutato, ricevendo in risposta solo un grugnito e senza essere degnato di uno sguardo, si mise ad osservarlo.

Gli sembrò che quel vecchio fosse come incartapecorito, così, immobile come una mummia, con il volto scavato e con due borse alla zuava sotto gli occhi, che con sguardo vitreo e sperduto fissava all’orizzonte un punto o una virgola, non si capiva bene. Dopo qualche minuto, però, il vecchio cominciò a parlare, raccontando a Fico di un suo amico, pescatore come lui, che era morto, al quale gli era stato molto affezionato.

«Perché è morto? Era ammalato?», gli domandò Fico, così, tanto per mostrarsi interessato a quella conversazione.

«No, anzi, era sano come un pesce. E’ morto di fame».

«E’ morto di fame? Ma com’è possibile morire di fame, al giorno d’oggi. Ma…, non ha detto che era un pescatore? Quindi, non poteva sfamarsi con il pesce che pescava?».

«No, lui non pescava mai niente perché era un tipo indeciso, non sapeva mai che pesci prendere».

«E lei, da quanto tempo sta pescando?», gli domandò Fico, così, per interrompere quella lugubre conversazione.

«Da tre giorni», gli rispose dopo circa un quarto d’ora il vecchio pescatore, continuando a non degnarlo di uno sguardo ed a fissare sempre l’orizzonte davanti a sé.

«Acc…! Vuol dirmi che sono tre giorni che non dorme…? E quanto pesce ha pescato?».

«Macché! Niente! Sono tre notti che non prendo tonno».

«Strano! Perché io ho sempre saputo che solo chi dorme non piglia tonni».

Subito dopo, però, Fico capì che con quella sua frase, egli aveva preso non un granchio, ma addirittura un’aragosta.

Così, dopo averlo salutato, ricevendo in risposta un altro grugnito e senza che il vecchio si degnasse neanche questa volta di rivolgergli lo sguardo, Fico si allontanò, andando a sedersi su uno scoglio più lontano. Mentre se ne stava, così, in beata solitudine, intento a pescare con la sua lunga canna, Fico sentì avvicinarsi qualcuno alle sue spalle. Si voltò e vide che era una signora, dall’abbigliamento eccentrico, con una grande paglia in testa che portava in mano un cavalletto con delle tele. Dopo averlo salutato, la donna si sedette vicina a lui. Poi, una volta sistemata una tela sul cavalletto, la signora cominciò ad intingere i pennelli nell’acqua di mare e passarli più volte sulla tela.

Trascorsa circa un’ora, Fico cercò di sbirciare sulla tela per vedere cosa stesse dipingendo la signora, ma non vedendo alcun segno di pittura colorata non poté fare a meno di domandarle:

«Mi scusi signora, ma…cosa sta facendo?».

«Ma che razza di domanda è questa! Sto dipingendo! Non lo vede? Sto dipingendo il mare. Io sono l’unica artista al mondo che dipinge il mare soltanto con l’acqua di mare. E lei, piuttosto, cosa sta facendo con quella lunga canna in mano, sta pescando?».

«Chi, io…? No, ma che pescando! Io sto facendo il tiro alla fune con un mio amico che si trova lì, di fronte, sull’Isola di Corfù».

Terminato, finalmente, il servizio militare in Marina, Fico, dopo essere stato sulla nave, voleva provare anche l’esperienza di stare sulla neve. Non era mai stato sulla neve. Ogni volta che si fermava davanti alle vetrine delle agenzie turistiche, egli si incantava nel vedere tutte quelle locandine coloratissime, raffiguranti immense distese di neve ed avvenenti ragazze che, con i loro ammiccanti e larghi sorrisi (tanto larghi che pareva avessero 64 denti), sembrava che gli rivolgessero degli intriganti inviti: “Dai…! Vieni…! Ti aspettiamo…!”.

Come si sa, dal momento che anche l’occhio va dalla sua parte, il solo pensiero di potersi trovare in quei posti lo entusiasmava, così come lo emozionava anche l’idea di poter incontrare tutte quelle belle ragazze che oltre ad essere Alte sembravano anche Atesine. Così, su due piedi, anzi, su un piede solo, perché l’altro lo aveva appoggiato distrattamente sul cofano di un’auto in sosta, egli decise di andare in vacanza a Cortina, perché era Daunpezzo che ne aveva desiderio.

Prenotò, così, all’hotel “Marechiaro”, per raggiungere il quale Fico dovette prendere la funivia perché lo stesso si trovava sulle pernici di un monte alto duemila metri e largo pochi centimetri. L’albergo era gestito da una famiglia immigrata del Kurdistan che aveva manifeste idee xenofobe, poichè sulla porta d’ingresso campeggiava un grande cartello con la scritta: Qui Kurdi non ci stan.

Dopo aver sistemato i suoi bagagli nella stanza dell’albergo, Fico decise di andare subito sui campi di sci. Non vedeva l’ora, anche perché non aveva più l’orologio che gli era stato fregato sulla nave Fregata. Egli, poi, avendo saputo che in montagna, quando nevica molto, è necessario il gatto delle nevi, aveva pensato bene di portare con sé il suo gatto, per non essere costretto a far la fila per prenderne uno in fitto.

Giunto in prossimità delle piste, però, egli vide non senza un certo disappunto che le stesse erano gremite di sciatori ed altri ancora che continuavano ad arrivare a frottole. A distanza, gli sembrarono essere tutti degli Sciiti, cioè sciatori mussulmani, ma non ne era sicuro. Mentre era indeciso se avventurarsi o meno in mezzo a loro, vide passargli accanto, lentamente, zigzagando con gli sci, uno Sciita, con pantaloni alla zuava, turbante in testa, la faccia ricoperta da una folta e lunga barba, la scimitarra al fianco e la pipa in bocca. Fico, così, ne approfittò per domandargli:

«Siete Sciiti?».
«Sì, siamo Sciiti, ma poi siamo Riitorniti!».

Per alcuni attimi, Fico rimase sorpreso per il fatto che quello Sciita gli avesse risposto in italiano, perché non si aspettava che egli lo conoscesse. Poi, pensò che forse era lui che aveva parlato in lingua Sciita, compiacendosi con se stesso, dal momento che non pensava di conoscerla. Subito dopo, però, gli sembrò molto strano quel fatto, anche perché non ricordava di aver frequentato un corso di lingua Sciita, mentre ricordava benissimo di aver frequentato quello di lingua Sunnita, durante il quale prendeva sempre suonno su Annita, la sua compagna di banco.

Non avendo, quindi, né turbante, né scimitarra, né pipa in bocca, come quelli Sciiti, Fico si senti fuori luogo, in quel luogo, vestito così, da scimunito, cioè munito solo di sci. Egli, allora, decise di cambiare programma e di ritornare in albergo. Cammin facendo, però, si rese conto di aver smarrito la strada, la qual cosa lo contrariò molto, al pensiero che la stessa potesse essere ritrovata, magari, da uno di quegli Sciiti.

A notte inoltrata, dopo un lungo girovagare fra le montagne innevate, finalmente, Fico riuscì a ritrovare la strada del ritorno all’albergo “Marechiaro”, che gli era stato consigliato dall’agenzia turistica per l’ottima cucina tipica, le cui specialità erano: Spaghetti ai frutti di bosco - Tonno alpino della Marmolada - Coniglio selvatico con contorno di vongole delle Dolomiti e Aragosta trafelata alla cacciatora (che il cameriere serviva correndo, trafelato, su dei pattini a rotelle). Se in albergo, però, non c’era nessuna cliente che praticava la caccia, allora, veniva preparata l’Aragosta alla pescatora e se non c’era neanche una cliente che praticava la pesca, allora, l’aragosta veniva preparata per la suora del vicino convento che passava tutti i giorni per ramazzare tutto ciò che rimaneva nelle cucine. Lo stesso discorso valeva anche per il polipo: se in albergo alloggiava qualche cliente che si chiamava Luciana, allora, c’era il Polipo alla Luciana, altrimenti anche il polipo se lo cuccava la suora, la quale era anche una scrittrice di successo, autrice del famoso romanzo: La Monaca di Monza – Storia di una ganza, in vacanza, con la paranza, all’isola di Ponza.

Fico, nel suo ultimo giorno di permanenza in albergo, aveva espresso il desiderio di voler mangiare dei funghi, ma il cameriere, con molto garbo, gli aveva risposto:

«Sa…, deve comprendere…, questo albergo è frequentato anche da famiglie con bambini, pertanto, non possiamo presentare a tavola dei funghi che, com’è noto, sono dei veri e propri porcini... Sarebbe sconveniente, ne conviene?».

A quel punto, Fico, non vedendo l’ora di andare via, ordinò con aria seccata:

«Allora, mi porti subito qualcosa di pronto!».

«Le porto del salame affrettato», rispose il cameriere, allontanandosi, poi, speditamente.

....[ Pagine tratte dal libro ”So(r)ridere con filosofia” di Bruno Storella. Se volete continuare a leggere questo libro potrete acquistarlo presso la libreria Piazzo di Brindisi.]