Il separatismo siciliano -di Fara Misuraca-
sabato 8 ottobre 2011

Fu un fenomeno strettamente legato al periodo 1943-47 e alla rottura della compagine nazionale causata dall’occupazione alleata ed è dovuto al ritorno in auge dei notabili prefascisti provocato dalla catastrofe bellica e postbellica.


Il disfacimento del regime fascista consentì all’ultima generazione dei politici professionali dell’età liberale di tornare attivi. Personaggi come Andrea Finocchiaro Aprile e Giovanni Guarino Amella, e molti altri politici rimasti forzatamente a riposo per vent’anni, si posero alla testa del Comitato per l’indipendenza della Sicilia, che all’arrivo degli Alleati (28 luglio ’43) cercò di proporsi come interlocutore privilegiato per la costituzione di un governo provvisorio.

Il più noto di loro era Finocchiaro Aprile, figlio di quel Camillo che era stato ministro di Grazia e Giustizia con Giolitti. Ma vediamo di inquadrare il personaggio: Andrea aveva avuto un ruolo importante nella fase liberal democratica del primo dopoguerra, come sottosegretario alla Guerra e alle Finanze nel governo Nitti, era un alto dignitario della massoneria e nella fase di normalizzazione del consenso al regime fascista, desideroso di ritornare a ricoprire un ruolo politico di primo piano, si era rivolto a Mussolini per ottenere la nomina a senatore e la carica di direttore generale del Banco di Sicilia.

Pur di ingraziarsi il duce, dopo la promulgazione delle leggi razziali, arrivò persino a denunciare, con lettera a Mussolini dell’11 novembre 1939, il direttore allora in carica, Giuseppe dell’Oro, in quanto ebreo e perciò indegno di ricoprire tale incarico.

Nella visione di Finocchiaro Aprile  il sicilianismo, la ricerca di un’identità, era fortemente influenzato dalle tematiche


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antiplutocratiche e antisemite dell’ultimo fascismo. Ma questa ricerca di identità comportò alla fine chiusura e provincialismo, riproponendo in piccola scala quello che l’ipernazionalismo fascista aveva provocato su grande scala, discriminando ed escludendo cittadini in base alle opinioni, poi in base a criteri sempre più arbitrari come quello delle appartenenze razziali.

Proprio davanti a queste differenti e convulse fasi della politica italiana degli anni Trenta e Quaranta riemerse la vocazione trasformista della classe politica prefascista meridionale. Con l’occupazione alleata si presentò ad essa una nuova opportunità.


All’arrivo degli anglo-americani un manifesto accolse i liberatori annunciando alla cittadinanza gli obiettivi del Comitato per l’indipendenza: si dichiarava decaduta la monarchia e, con essa, l’obbligo statutario, sancito dal plebiscito del 1860, di fedeltà da parte dell’isola all’unità nazionale; di conseguenza, si chiedeva agli Alleati di proclamare una repubblica siciliana.

I Savoia erano accusati dei torti storici fatti all’isola e di aver agevolato l’ascesa del fascismo. Inizialmente alcuni esponenti dell’antifascismo siciliano interpretarono questa presa di posizione come il tentativo di creare le basi di un nuovo Stato italiano, in concorrenza con il fascismo al nord e con il governo instaurato al sud dopo la fuga del re dell’8 settembre.

Ma i separatisti, in realtà, erano interessati solo a staccarsi dalla compagine nazionale per sottrarsi alle responsabilità della guerra e della sconfitta che fatalmente sarebbero ricadute sull’Italia. Soprattutto volevano evitare che le aspirazioni democratiche che già serpeggiavano nel paese e in Europa potessero contagiare la Sicilia.

Tuttavia anche se le proposte del Comitato per l’indipendenza della Sicilia non ebbero grande accoglienza da parte degli Alleati che cercavano un interlocutore a livello nazionale, rappresentarono il punto di partenza di un nuovo movimento politico che convergeva con gli interessi dei possidenti agrari del catanese e del palermitano, interessati a mantenere la propria egemonia al di là del mutamento di regime.

Infatti aderirono all’appello i grandi proprietari isolani, quelli stessi che già nel primo dopoguerra, dalle file del partito agrario, avevano appoggiato il fascismo, come i Tasca, i Carcaci, i Bruno di Belmonte.

L’adesione dei maggiori possidenti trainò quella dei ricchi gabellotti mafiosi, come Genco Russo da Mussomeli, Michele Navarra da Corleone, e il più noto tra tutti, don Calò Vizzini da Villalba. Altro gruppo di rilievo del separatismo fu quello dell’élite agraria di Caltagirone che si richiamava all’insegnamento di Luigi Sturzo; questo gruppo si era impadronito del potere locale fin dagli anni Trenta, stretto attorno alla sturziana Cassa rurale S. Giacomo.


I separatisti presentavano il fascismo, alla classe dominante isolana, come ”malattia del nord”: nasceva così il mito dell’estraneità della Sicilia al fascismo, che avrebbe contribuito ad avvicinare agli indipendentisti i ceti medi, della sua tiepida adesione, di un precoce distacco che ora i separatisti compendiavano nel rifiuto dello Stato unitario.

Secondo i separatisti, la Sicilia aveva solo subito il fascismo. Alle ”degenerazioni” dell’industrialismo, separatisti e agrari contrapponevano l’immagine di una società governata dalla sua naturale élite fondiaria, capace di imboccare la via del progresso e della modernità attraverso uno sviluppo commerciale e agricolo.

L’aggressività ed il nazionalismo erano presentati come la conseguenza del protezionismo industriale, l’organizzazione dell’economia di guerra, con gli ammassi alimentari obbligatori e l’intervento dello stato per la trasformazione del latifondo, venivano presentati come un attacco alla Sicilia.


La tutela statale, sempre goduta dalle classi dominanti siciliane e che aveva consentito il perpetuarsi di un’anacronistica arretratezza in Sicilia, stava per finire e con l’invasione degli alleati, i grandi proprietari avevano avuto l’opportunità di dissociarsi per primi dell’imbarazzante solidarietà con le classi dominanti nazionali e con la monarchia, pensando che le une e l’altra sarebbero certamente state travolte assieme al fascismo.

Accanto ai gruppi agrari però si segnalavano nel movimento indipendentista alcuni personaggi di tutt’altra estrazione, indicati come i rappresentanti della frazione di sinistra del separatismo, con spiccate propensioni verso idee socialiste. Tra di essi l’esponente di maggior rilievo era Antonio Canepa, figura di intellettuale antifascista, e contemporaneamente docente di dottrina del fascismo presso l’Università di Catania e agente dell’Intelligence Service. Teorico del separatismo, fu ucciso il 17 giugno del 1945, dopo una breve esperienza da guerrigliero, in un conflitto a fuoco con i carabinieri.

Come ricorda Salvo Barbagallo, in ”Una rivoluzione mancata”, non era soltanto un teorico e un uomo di studio, ma soprattutto, un uomo di azione: il capo del movimento clandestino indipendentista dei gruppi di Giustizia e libertà ai quali si devono le uniche azioni di guerra partigiana nell’Isola dall’inizio del 1941 al giugno 1943. Egli considerava possibile una rivoluzione sociale in Sicilia, immettendo queste problematiche all’interno del più generale movimento separatista ma le sue posizioni e le idee che promulgava per mezzo stampa non passarono inosservate tra i capi reazionari del movimento indipendentista e Canèpa ben presto, grazie anche alla consistenza numerica e qualitativa dell’esercito di liberazione da lui fondato (EVIS , Esercito Volontario di Indipendenza Siciliano), venne identificato come un pericolo maggiore dello stesso esercito italiano.
 


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Dopo lo sbarco militare alleato le aspettative dei separatisti si concentrarono sul progetto di governo approntato da costoro. Il progetto non era sostenuto da obiettivi ben definiti sul futuro assetto dell’Italia ma più semplicemente tendeva a garantire la legge e l’ordine con un impiego minimo di personale. Gli alleati facevano affidamento sulla possibilità di utilizzare le strutture amministrative esistenti demandandone la direzione a funzionari italiani posti sotto il controllo di Civil Affairs Officers.

Gli inglesi riponevano fiducia nella possibilità di ottenere collaborazione dagli elementi più in vista della classe dominante locale e della gerarchia ecclesiastica, partendo dal presupposto che, specialmente tra i primi, fossero molto diffuse le simpatie per l’Inghilterra. L’influenza sociale esercitata dagli esponenti dei ceti superiori e dal clero avrebbe facilitato i rapporti con la popolazione e con i funzionari italiani, sul modello dell’Indirect rúle, già sperimentato in alcune aree di dominio inglese.


Ma in Sicilia le cose non erano così semplici: intanto la classe dominante locale colse l’occasione che le veniva offerta e con la complicità di alcuni ufficiali britannici elaborò una curiosa teoria, quella della ”parentela normanna”: i duchi di Carcaci e i marchesi di San Giuliano, rivendicarono la loro antica presenza in Sicilia a fianco del conte Ruggero e, quindi, la loro parentela con l’aristocrazia inglese che vantava la stessa origine normanna. Era un modo per rivendicare il diritto a governare.

La ricerca di collaborazione da parte degli Alleati si rivolse soprattutto alle élites agrarie e poiché la CIA che aveva contattato alcuni importanti boss mafiosi italo-americani in carcere negli Stati Uniti come Lucky Luciano e Vito Genovese, offrendo loro la libertà in cambio di un appoggio al momento dello sbarco, gli Americani finirono con l’affidare molte cariche, nel governo provvisorio della Sicilia, a noti mafiosi: Calogero Vizzini fu nominato sindaco di Villalba, Giuseppe Genco Russo divenne sindaco di Musumeli, Vincenzo Di Carlo fu nominato responsabile dell’Ufficio per la requisizione del grano, ecc.

Ciò diede nuova e sicura autorità ai mafiosi, oltre a concrete possibilità di arricchimento e di accrescimento del loro potere. Fu proprio in questo periodo che la mafia cercò di organizzarsi anche politicamente, confluendo nel Movimento Indipendentista Siciliano (MIS).

Il MIS ebbe così diverse anime e diverse adesioni e la componente mafiosa, o vicina alla mafia, era molto importante. 
 


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D’altro canto, i mafiosi potevano vantare, paradossalmente, di essere stati ”perseguitati” dal Fascismo, facendosene un merito, come se il problema fosse stato politico e non criminale.

Il MIS ebbe un sviluppo molto ampio dal 1943 al 1947, sia per il seguito popolare, sia perché i responsabili del governo militare di occupazione affidarono la maggior parte delle amministrazioni a politici separatisti. La crescita del movimento non si limitò, tuttavia, al piano legale ed elettorale: anche il suo esercito, l’EVIS (Esercito Volontario di Indipendenza Siciliana), si ingrossò grazie alla confluenza di banditi e mafiosi di grosso calibro. Colonnello dell’EVIS fu anche il tristemente famoso Salvatore Giuliano.

Nell’impossibilità di rifornire con proprie scorte la popolazione, gli Alleati puntarono sulla riorganizzazione degli ammassi affidandone ai grandi proprietari la gestione. Da qui l’impressione che gli Alleati tendessero scientemente a favorire i separatisti. La questione degli ammassi, inoltre, ebbe una notevole importanza nella organizzazione della mafia. Infatti i mafiosi furono in primo piano nella gestione del sistema degli ammassi: ciò consentiva loro, con disinvolta spregiudicatezza, di promuovere il mercato nero che a causa del cattivo funzionamento degli ammassi rappresentava l’unica alternativa alla fame.

La mafia assumeva così la doppia veste di perturbatrice dell’ordine sociale e di tutrice, rinnovando il mito di organizzazione protettiva e buona. E questo specie in quei luoghi della Sicilia occidentale in cui gli alleati avevano nominato sindaci dei mafiosi.


Il breve periodo di amministrazione alleata ebbe anche altri effetti. Gli anglo-americani, per la necessità di coordinare l’attività amministrativa man mano che le truppe risalivano la penisola, avevano organizzato un governo su scala regionale e nel giro di quattro mesi attuarono un vero e proprio decentramento regionale, creando un’opinione favorevole a un suo ulteriore sviluppo, specialmente tra i funzionari da essa beneficiati; a tal proposito vale la pena ricordare il pronunciamento dei prefetti politici, che il 30 novembre del ’43, rifiutarono di votare un ordine del giorno favorevole al ritorno dell’isola all’amministrazione italiana, presentato dal prefetto socialista di Ragusa, Cartia.

Fu proprio dalla necessità di trovare un accordo tra l’amministrazione centrale e quella periferica che nacque l’esigenza di istituire, in Sicilia come in Sardegna, un Alto Commissariato. Questa scelta, presentata dagli studiosi come antesignana di un’opzione autonomistica, fu probabilmente dettata, nelle intenzioni dello stesso Badoglio, dall’esigenza di riorganizzare le strutture all’interno del sistema centralistico.

A questo punto, con grande senso dell’opportunità politica, Enrico La Loggia, leader socialriformista dell’Agrigentino, ed altri politici di fede unitaria, cominciarono a premere per un’interpretazione in senso autonomistico dell’istituto commissariale. Cominciarono una sorta di terrorismo psicologico prospettando i pericoli di una mobilitazione di massa, capeggiata dai separatisti, nel caso di ritorno all’antico regime.

La Loggia e i suoi seguaci prospettavano l’autonomia regionale come lo sbocco naturale della storia isolana: sia il separatismo che l’autonomismo aspiravano alla liberazione da una secolare oppressione ma i separatisti usavano le bande armate, gli autonomisti la ragionevolezza.

Inoltre, secondo La Loggia, lo Stato doveva istituire una dotazione finanziaria, in modo da indirizzare un flusso di investimenti verso la Sicilia, come riparazione dei torti storici inflitti all’isola. Attorno a La Loggia si riunirono ben presto operatori economici, tecnici legati alle poche industrie esistenti e i tecnocrati del Banco di Sicilia.

Le loro proposte tendenti a favorire una localizzazione nell’isola di investimenti industriali avevano una notevole importanza in prospettiva, ma fecero poca opinione. I partiti preferirono seguire le spinte di massa e caratterizzare i loro programmi sulla questione agraria da una parte e su quella amministrativa dall’altra; per cui La Loggia assunse una funzione di leader senza però riuscire a creare un movimento politico intorno a sé.


I separatisti rimasero estranei a questi aspetti innovativi del dibattito, e continuarono ad insistere sulle prospettive di un’economia siciliana in grado di far da sé.

Il ritorno della Sicilia all’amministrazione italiana coincise quindi con l’istituzione dell’Alto commissariato (marzo ’44), coadiuvato da una Consulta regionale composta da politici prefascisti, tra cui alcuni separatisti. Questi ultimi cercarono di organizzare attorno all’istituto commissariale un vero governo regionale, ottenendo che fosse nominato commissario un politico simpatizzante per le idee indipendentiste, Francesco Musotto, leader combattentista nel precedente dopoguerra e già prefetto di Palermo di nomina alleata.

Musotto non resse tuttavia alle tensioni provocate dal processo di organizzazione dei partiti, che andava limitando il ruolo dei notabili di vecchio tipo, separatisti e non. Questi partiti infatti godevano dell’appoggio del governo centrale, che nel frattempo si era riorganizzato accogliendo al suo interno politici ”antifascisti” provenienti da tutte le province liberate dell’Italia.

Del secondo gabinetto Badoglio così venne a far parte anche Salvatore Aldisio, esponente di primo piano del popolarismo sturziano in Sicilia nel primo dopoguerra. Egli pose mano alla riorganizzazione dello Stato, rimuovendo i prefetti di nomina alleata che erano stati posti a capo delle province e tra cui i separatisti trovavano i maggiori appoggi.

Dopo aver lavorato alla restaurazione dello Stato come ministro, Aldisio provocò le dimissioni di Musotto e gli subentrò il 17 luglio ’44. Con questa operazione i partiti nazionali assumevano un ruolo centrale, relegando il separatismo ai margini della lotta politica.

La DC in particolare si preparava ad ereditarne le istanze conservatrici a fronte di un movimento contadino egemonizzato dalle sinistre. Il nuovo Alto Commissario però ereditava una situazione di acute tensioni sociali dovuta alla opposizione generalizzata agli ammassi granari.

Il 19 ottobre ’44 le condizioni alimentari di Palermo erano talmente gravi da generare una protesta popolare che fu repressa nel sangue dall’esercito: vi furono 30 morti e 150 feriti. Tra il novembre e il gennaio alla protesta contro l’ammasso si aggiunse la rivolta del ”non si parte!” il rifiuto, cioè, di aderire alla chiamata alle armi dei contingenti mobilitati per la guerra contro i tedeschi.

Si verificarono rivolte in decine di centri isolani, con la ”liberazione” di interi paesi (Comiso, Ragusa, Piana degli Albanesi). La rivolta esprimeva anche un forte senso di sfiducia nell’esercito, istituzione che insieme alla monarchia, incarnava la continuità con il vecchio Stato e uno scarso apprezzamento nei confronti del compromesso istituzionale di mettere in secondo piano l’avversione per la monarchia finché la guerra fosse ancora in corso.

Il compromesso con la monarchia aveva riportato, almeno al sud, la vecchia burocrazia militare e il processo di democratizzazione rischiava di subire un rallentamento. A Messina e a Palermo dove il movimento del ”non si parte!” raggiunse una maggiore consapevolezza si cercò di avviare un confronto sui temi della democrazia con i dirigenti del CLN (Comitato di liberazione nazionale), mettendo in discussione la scelta della tregua istituzionale, che al sud, in assenza di un movimento di resistenza, faceva apparire moderata la linea dei partiti antifascisti.

La risposta del CLN fu di estrema chiusura, poiché temevano l’eventualità che i separatisti potessero mettersi alla testa del movimento; Aldisio accreditò questa ipotesi, e la utilizzò per compattare i partiti, ottenendo un maggiore appoggio governativo nei confronti delle istanze regionalistiche. L’Alto Commissariato, con la Consulta che attorno ad esso si riuniva, divennero i centri di elaborazione delle proposte autonomistiche e in particolare del futuro statuto regionale.


Nel regionalismo di Aldisio, come nel separatismo, il richiamo al solidarismo sicilianista serviva a smorzare le tensioni sociali, i rischi di contrapposizione classista all’interno della società politica e civile. Ma davanti alle scadenze dello scontro sociale, la DC non poteva non tener conto delle esigenze proprietarie: significativi furono gli effetti dei decreti Gullo che tendevano alla definizione di riparto dei contratti di mezzadria alla concessione a cooperative di contadini delle terre incolte o sequestrate ai fascisti e la raccolta dei loro prodotti nei magazzini statali ”i granai del popolo”.

Nel settembre del 1944 infatti, a Villalba, un paesino della provincia di Caltanissetta, un comizio del leader comunista Gerolamo Li Causi fu interrotto a fucilate da esponenti della mafia legati sia al separatismo sia alla pratica del contrabbando del grano. Capomafia di Villalba era Calogero Vizzini, importante notabile della Sicilia interna.

In occasione della strage nella quale Li Causi rimase ferito, il democristiano Bernardo Mattarella si rivolse a Vizzini per persuaderlo ad abbandonare il separatismo e aggregarsi alla DC, nella quale avrebbe potuto trovare adeguate garanzie per la tutela degli interessi che gli stavano a cuore. La vicenda degli ammassi, dunque divenne un punto qualificante per definire le alleanze sociali su cui i maggiori partiti potevano contare. Su questo punto si giocava la possibilità per il Partito comunista di creare un sistema di alleanze di classe capace di recidere i tradizionali rapporti di dipendenza tra possidenza fondiaria e contadini.


Nell’ottobre del ’45, con l’accusa di sedizione, Finocchiaro Aprile fu arrestato insieme ad altri maggiorenti del MIS. I separatisti risposero gettandosi tra le braccia dei banditi e utilizzando le operazioni terroristiche dell’EVIS.

Questa formazione, ricordiamolo, fondata da Canepa, era inizialmente composta da studenti, aveva vissuto qualche giorno di gloria tra l’Etna e i Nebrodi, poi, con l’uccisione del suo fondatore Canepa nel giugno 1945, si era praticamente sciolta.

I separatisti catanesi, guidati dalla destra agraria dei Carcaci, tuttavia non si lasciarono sfuggire l’occasione di utilizzare l’EVIS come strumento di pressione e lo mantennero in vita sotto la direzione di Concetto Gallo, rinforzandola con elementi di provenienza mafiosa.

Ben più tragico si rivelò però il coinvolgimento nell’EVIS di Salvatore Giuliano, voluto dalla destra separatista palermitana. Giuliano, che disponeva già di una banda agguerrita, opportunamente guidato, mise a punto una serie di azioni terroristiche rivolte inizialmente contro i carabinieri e l’esercito, poi contro i partiti di sinistra, le Camere del lavoro ed infine i contadini.

La situazione d’emergenza servì ad accelerare i lavori della Consulta, che entro l’aprile ’46 preparò un progetto di statuto regionale, subito approvato dalla Consulta nazionale e il 15 maggio dal governo, con lo scopo di vanificare la presenza delle liste separatiste in previsione delle elezioni per la Costituente, programmate per il mese di giugno.

Lo scarso interesse dei separatisti per le tematiche portate avanti dagli autonomisti trova conferma nel tentativo di colpo di stato da parte di alcuni esponenti di primo piano del MIS, tra cui i Tasca di Palermo ed i Carcaci di Catania, in occasione del referendum del 2 giugno 1946. In caso di vittoria della repubblica era intenzione dei separatisti di proclamare Umberto di Savoia re di Sicilia. Dal separatismo repubblicano del 1943, si era dunque passati a un separatismo filomonarchico, che mirava a tenere lontane dall’isola le tensioni politiche e sociali della nuova Europa.


La strategia della tensione ordita dalla destra e messa in atto da Giuliano toccò tragicamente il culmine con la strage di Portella della Ginestra del 1 maggio 1947, evento di fondamentale importanza nella vita della neonata Regione siciliana.

Pochi giorni prima, il 20 aprile, si erano svolte le prime elezioni per la formazione dell’Assemblea regionale siciliana. Le sinistre unite avevano riportato una vittoria di misura sulla DC e sulla destra agraria mentre il MIS aveva raccolto circa il nove per cento delle preferenze. Ma non doveva andare così, nel frattempo, infatti, il governo centrale era entrato in crisi e De Gasperi formò un nuovo governo senza l’appoggio delle sinistre, a garanzia della scelta filoamericana che la DC si apprestava a fare.

La vittoria delle sinistre in Sicilia era pertanto quanto meno imbarazzante e motivo di instabilità del governo regionale. La strage avvenne nel bel mezzo di questo dibattito. Giuliano e i suoi attaccarono la manifestazione del 1° maggio a Portella della Ginestra sparando tra la folla di uomini, donne e bambini in festa, che ascoltavano il primo oratore.


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Ci furono 11 morti e decine di feriti. A dispetto del risultato elettorale il governo regionale fu formato da un monocolore DC con l’appoggio esterno delle destre e la vicenda di Giuliano fu rapidamente chiusa tra mille contraddizioni con l’uccisione del bandito, in circostanze oscure che fu sottratto così al giudizio del processo che si era avviato a Viterbo. Oggi appare chiara la matrice politica antidemocratica di quest’azione terroristica.
        


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Fara Misuraca *
*docente Università di Palermo