Fritz Lang e gli operai schiavi di “Metropolis” -di Alfio Tarullo-
lunedì 11 ottobre 2010

Le minacciose dichiarazioni avveniristiche di Giulio Tremonti e gli indigesti richiami salvifici di Marchionne preludono all’avvento d’una società capitalistica disumanizzata?  Come quella dipinta in bianconero dal regista Fritz Lang nel capolavoro del cinema muto “Metropolis”?  Ribellioni o accordi?


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Nel 1927, poco prima dell’avvento del cinema sonoro, Fritz Lang, grande regista tedesco, girava il film “Metropolis”


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Notevole dal punto di vista dello specifico filmico (nota caratteristica  che lo distingue dagli altri linguaggi: consiste nell’inquadratura e nel montaggio, nel vivido contrasto tra bianco e nero) e dell’impiego i mezzi finanziari, il film intendeva riprodurre un’opera che avesse sul pubblico l’effetto choc di mostrare la visione d’un mondo o società avveniristica, dominata da uno spietato capitalismo a detrimento di “uomini-lavoratori”.
Metropolis è una città di “fantasia” che si erge maestosa per linee  verticali (grattacieli moderni, collegamenti aerei ecc.)


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Metropolis è una vera e propria sinfonia visiva. La fantasia architettonica e pittorica di Lang si esprime ai massimi livelli. Il regista ci porta in una città del ventunesimo secolo la cui esistenza si basa sull’estremo sfruttamento della classe operaia da parte di pochi ricchi che vivono nel lusso più sfrenato


I suoi abitanti: quelli privilegiati vivono in ambienti lussuosi e favolistici (lussureggianti giardini pensili, ricchezze enormi in danaro e gioielli, bellissime ed eleganti donne) mentre l’enorme schiera di operai, che garantisce il benessere smodato della città, è relegata in una specie di città sotterranea, uno squallido e penoso sottosuolo, simile ad una prigione. A capo della città sta Fredersen.


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Suo figlio Freder, ovviamente appartenente alla schiera degli “eletti”, è totalmente indifferente, come gli altri abitanti eccellenti  dei grattacieli,  al destino degli operai fino al giorno in cui non scopre, in un paradisiaco giardino della città, una giovane e bella istitutrice, Maria. La segue, vividamente innamorato di lei, e scopre che ella scende nelle oscure catacombe del sottosuolo, per predicare alla gente che vi è relegata.


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Freder, immergendosi in quella seconda Metropolis sotterranea, rimane  colpito dai discorsi di Maria.

Ma anche il padre, curioso per le eventuali evasioni amorose del figlio, è sceso nel sottosuolo, ed ha ascoltato i discorsi umanistici della dolce Maria, rimanendone turbato e intimorito. Quindi fa rapire e rinchiudere Maria e rivoltosi allo scienziato Rotwang , gli fa costruire un robot perfettamente identico a lei. L’automa dovrebbe sì predicare agli operai del sottosuolo ma per mettere spargere discordia e minare l’unità quindi degli operai e gli eventuali intenti rivendicazionistici che potrebbero nascere dalle predicazioni umanitarie.

Lo scienziato Rotwang, antico avversario di Fredersen, fa sì  -invece- che il “robot Maria” inciti i lavoratori alla rivolta Che infatti scoppia all’improvviso; gli operai si ribellano non sopportando più le orribili e disumane condizioni di lavoro, scoppia la rivolta nel sottosuolo.

Freder, per sedare il tumultuoso incalzare di quella plebe, condannata in pratica ai lavori forzati, fa inondare ma Metropolis operaia. A stento la vera  Maria e il giovane Freder (che l’ha miracolosamente rintracciata e liberata) riescono  a salvare donne e bambini, mentre gli operai bruciano il robot che incitandoli alla rivolta aveva provocato l’inondazione.


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Lo scienziato Rotwang impazzisce e fugge mentre Fredersen, il dispotico capitalista, incupito dalla realtà di quell’orrore, ascoltandole preghiere del figlio e di Maria, (“…sono state le loro mani ad aver costruito la città e ora le loro mani sono negli abissi……”) si riappacifica con gli operai ponendo le basi per un  nuovo ordine sociale .

Il film termina con una simbolica, ma assai deludente, riunione tra Capitale e Lavoro.


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Ecco gli operai  nei meandri tetri nel sottosuolo. Certo, nei film muti, ove manca l’ausilio esplicativo delle intonazioni della voce, la sottomissione viene espressa visivamente dalla massa di  quelle schiene ricurve, uomini schiavizzati, incoscienti e annientati dal lavoro calibrato al massimo della produttività e pericoloso (si paventa un incendio nel caso d’una piccola imperfezione nella manovra d’enormi lancette d’orologio che l’operaio stenta a smuovere)


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 e priva d’una guida ideale o ideologica; gli operai  camminano marciando con lenta euritmia , intruppati militarmente e segregati da robusti, ferrei cancelli.


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Il film è liricamente impressionante, come il Bertolt  Brecht che descrive in una ballata l’abile  muratore che costruisce palazzi in cui mai potrà abitare… /eppoi chi ha costruito le fantastiche ville di certi nostrani miliardari?


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E oggi, a ottantatre anni di distanza come rifarebbe Fritz Lang  “Metropolis” ?

C’è il capitalista-dittatore che tutto vede e prevede capace di umanizzare il lavoro?’ E’ attuale il Chaplin di “Tempi moderni”  ove si vede lo scienziato che inventa una strana macchina per imboccare l’operaio della catena di montaggio e risparmiar tempo?


Recentemente in nostro ministro dell’Economia, Tremonti, ha invocato  che si tralascino i diritti perfetti degli operai in modo che tra i capitalisti del mondo globalizzato vi sia più competizione. ( ”una certa quantità di diritti e di regole è un lusso che non possiamo più permetterci, difendere diritti perfetti in una fabbrica reale rischia di mantenere i diritti perfetti ma di perdere la fabbrica che va da un’altra parte”.)



E il capo della Fiat, Marchionne, ha proposto di accettare le  stringenti misure studiate onde gli operai lavorino con più alacrità e impegno e riducano il tempo da utilizzare per le bisbocce nelle mense aziendali che riducono la produttività complessiva.

Insomma tra diritti “perfetti” che devono diventare “ imperfetti” e la riduzione del tempo per soffermarsi a mangiare in mensa, si sta proponendo un netto peggioramento delle condizioni di lavoro e si dileggiano coloro che a questo degrado lavorativo si oppongono. Qui i lavoratori non hanno bisogno di un “robot-Maria” che li inciti alla rivolta, avendo  già dal dopoguerra acquisito una coscienza di uomini altamente produttivi e non intendendo essere spostati come automi nel sottosuolo della città opulenta.


Gli operai, (leggiamo su un giornale le dichiarazioni dei lavoratori) si alzano alle 5, alle 5,45 sono presso i cancelli della fabbrica, alle 6 iniziano il turno, lavorano in piedi per otto ore consecutive,con tre pause di dieci minuti, alle 11,45 vanno in mensa per venti minuti  e smontano, stanchissimi alle ore 14: accumulano fatica, stress, alienazione e devono ringraziare il padrone che concede loro la possibilità di lavorare.

Ha dichiarato un operaio : <al mattino ti svegli e sei ancora stanco; quando finisci il lavoro e sei fuori della fabbrica senti il rumore costante e avvolgente  fatto di ferraglia, colpi sordi di martelli pneumatici, un rumore che lascia un ronzio nella testa>


Il capo della Fiat non vuole come Fredersen allagare il sottosuolo operaio (non siamo nel 1927) ma minaccia di portare le fabbriche fuori dall’Italia dove ci sono Metropolis con sottosuoli più consoni al capitalismo. Si tratta comunque di una distruzione “naturale” anche senza l’intervento di corsi d’acqua.

Gli scrittori di fantascienza immaginino cosa potrà accadere fra cinquant’anni; l’estendersi della barbarie capitalistica, e il dispotismo di chi detiene il potere (banche, multinazionali, produttori d’energia, trafficanti d’ogni genere)

potranno condurci verso un necessario egualitarismo sociale: mediante rivoluzioni politiche oppure cruente? Questo nessuno può saperlo, ma soltanto immaginarlo o auspicarlo.


(alfio.tarullo@libero.it)